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The Lexington, vetro e rabbia

The Lexington è uno dei mille pub londinesi adibiti a piccola venue; a differenza di tanti altri è molto curato nell’estetica, quasi troppo. Sembra più un posto da raffinato quartetto jazz acustico o da cantautore solitario con chitarra al collo, e invece stasera propone un’accoppiata rumorosissima, i nostrani Zu col folle Justice Yeldham di spalla.

Yeldham è un performance artist che suona lastre di vetro con la bocca. Applica un microfono alla lastra, se la appoggia al viso già rubizzo e comincia a soffiarci dentro, traendone suoni e frequenze estreme che forse gli sarebbero molto utili per comunicare coi delfini. Il pubblico del Lexington apprezza il noise, ovviamente, ma soprattutto si esalta nel vedere che il viso di Yeldham si tinge di un rosso più vivo: si è affettato una guancia e ora sbrodola sulla maglietta una poltiglia di saliva e sangue. La performance va avanti finché la lastra di vetro ha assorbito troppe vibrazioni e lui se la può spaccare in testa come niente fosse. Don’t try this at home.

A questo punto siamo tutti già schiacciati contro il palco ad aspettare gli Zu, quando Yeldham torna fuori a dire che non ci sono. Non sono ancora arrivati, sono per strada da qualche parte, non si sa quando arriveranno. E allora avanti con un’altra lastra di vetro, e con un pezzo dedicato a Berlusconi intitolato qualcosa come “Fuck You Bastard”. Mentre noi ci si rilassa e si brontola, si beve e si fuma, ci si rifiuta di guardare l’orologio e di immaginare quanto poco durerà la performance degli Zu.
I quali alla fine arrivano con le custodie in mano e montano il palco velocissimi. Hanno i visi tesi, si capisce che qualcosa è andato storto e non è solo questione di traffico sulla strada. Qualcosa non funziona nell’impianto di amplificazione, Luca Mai non riesce a sentire cosa sta suonando col sax, Jacopo Battaglia sente solo la sua batteria. Massimo Pupillo, come mi dirà in seguito, ha dovuto comprare parte dell’attrezzatura al momento perché le borse che ha spedito in aereo da Rotterdam non sono arrivate a Londra.

Con queste premesse, come si può fare un concerto valido? Si può eccome, se si conosce la musica come la conoscono gli Zu. Nonostante tutte le difficoltà, il trio riesce a costruire architetture ritmiche di tetragona solidità, il suono a noi arriva perfetto e “pulito” anche quando è distorto ad arte, l’atmosfera si incendia all’istante. D’altronde, “Carboniferous” è un disco che ti arriva addosso con la forza della pietra, e la sua esecuzione dal vivo, soprattutto la grandiosa “Obsidian”, ne è la riproposizione all’ennesima potenza. Dura poco, ahimè, perché il locale ha una scaletta e un coprifuoco da rispettare; ma se è nelle avversità che si riconosce la grandezza, allora il concerto di stasera è stato una consacrazione. Non hanno eseguito l’ultimo singolo “Ostia”, purtroppo, ma con gli Zu non ci sono rimpianti. Li guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra.

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