Home > Recensioni > The Mirrors – Hinkel: The Big Eye

Le buone intenzioni vanno perdonate?

Pretenzioso? Forse sì.

Dalla pop art di Andy dei Bluvertigo e dalla sua tela “Full Immersion” (opera che finirà in copertina) nasce l’ispirazione per un lavoro sperimentale come quello dello split EP. Un concept che ha come punto di riferimento “1984″ di George Orwell e chiamato – non a caso – “The Big Eye”.

Tutto ha inizio con l’arrivo in casa Echophonic del disco di Hinkel, fondatore e chitarrista dei Fools Garden. Dal suo “Not A Life-Saving Device” vengono pescati due brani e a questi si aggiungono altri due della band milanese The Mirrors.

Aprono gli italiani con una lunghissima “Through”. La band, nata come progetto intenzionato a rimanere in bilico tra la psichedelia e la new wave in un contesto decisamente rock, sembra perdere di vista i propri limiti, o i propri riferimenti, che dir si voglia. Vada per le influenze sixties/seventies, ma il brano – nel cercare il proprio stile – perde di fascino e ascoltabilità.

Hinkel con “Shine” subentra nella seconda traccia e offre un rock melodico – probabilmente troppo melodico! – con espliciti richiami al sound inglese. Risultato? È tutto troppo già sentito.
Deludenti le prime due tracce, ora rimane un solo brano a testa per recuperare.

“My Sonic Love” firmata The Mirrors rallenta il ritmo e ci consiglia una ballata, ma subito dopo “Run” di Hinkel ci spara in un’elettro-disco che pare rimpiangere gli anni Ottanta.

Insomma, cosa si voleva dire con questo concept?

Mescolare generi e intenzioni non vuol dire entrare a forza nell’orecchio dell’ascoltatore. E, allo stesso tempo, entrare a forza non sempre è quell’impatto straordinario che ci hanno donato i grandi album della storia della musica.
“The Big Eye” se ne starà ben alla larga dalla storia della musica e, che nessuno ce ne voglia, ci resta una sola domanda: li perdoniamo?

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