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The Mob: Non il solito supergruppo

Dopo il debutto solista del 2002, Reb Beach, è tornato per un progetto ambizioso. Non fosse bastata la presenza di Timothy Dury dei Whitesnake, la forza di The Mob è stata incrementata dalla voce di Doug Pinnick e dalla produzione di Kip Winger. Winger e Beach sono andati così a ricostituire il nucleo degli Winger. Il chitarrista ha parlato con noi del progetto, di come è nato e del suo futuro.

Partiamo dall’inizio. Come è nato il progetto The Mob?
La Frontiers mi ha chiesto di fare un album sul genere rock melodico. Stavamo parlando di cantanti e io volevo qualcuno di davvero speciale. Ho sempre desiderato di lavorare con Doug Pinnick dal momento che è uno dei miei cantanti preferiti. In particolar modo mi incuriosiva l’idea di sentire che effetto avrebbe avuto la sua voce nelle mia canzoni rock più dirette. Alla fine credo che lui abbia permesso al disco di suonare in maniera diversa dal classico sound del rock melodico. Per quanto riguarda la produzione avevamo un produttore a Los Angeles che però se ne è andato, e a quel punto ho pensato a Kip. Dopodiché avevamo bisogno di un batterista a Nashville, dove si trova Kip, e lui ha pensato a Kelly. Infine Timothy. Con lui sono stato in tour per anni e ho sempre desiderato fare qualcosa con lui. Sul disco ha fatto alcuni assoli di tastiera davvero speciali. Tutto è andato bene.

Da dove deriva il nome del progetto?

Be’, avevamo a disposizione circa cinquanta nomi che la casa discografica apprezzava o detestava. I nomi hanno una loro forza. Più di vent’anni fa facevo parta di un gruppo che si chiamava The Mob insieme a Louie dei Beggars and Thieves e Joe Franco dei Good Rats. Non nacque nulla di più di un buon demo ma il nome mi è sempre piaciuto. Quando ho visto le foto promozionali della band, non dava l’idea di un gruppo chiamato Circle Of Thorns! o qualcosa di simile. Sembrava più un gruppo di duri e stagionati rocker, così ho pensato che The Mob sarebbe suonato perfetto. E poi non volevo nulla di pretenzioso come King Of Heaven!.

Dopo tante esperienze come musicista al servizio di band come Whitesnake e Dokken, come è stato trovarsi a lavorare come del materiale proprio?
In fondo ci ero già abituato perché l’ultimo album che avevo fatto era un mio lavoro solista. Io sono principalmente un compositore quindi in qualsiasi gruppo mi sia trovato sono sempre stato coinvolto nel processo creativo. Le canzoni rock hanno sempre bisogno di un buon apporto della chitarra. È stato eccitante scrivere canzoni pensando che le avrebbe cantate Doug.

Quanto ti hanno influenzato le precedenti esperienze nel formare la tua concezione della musica?
Al 100%! Per la composizione tutto ciò che so lo ho imparato da Kip e Jeff Pilson e abbiamo lavorato veramente bene insieme su Erase The Slate. Suonare dal vivo con quei gruppi è stato fondamentale per apprendere come scrivere qualcosa che suoni bene dal vivo. E poi impari anche cose del tipo “non annoiarci, arriva a sto ritornello!”. Tutte le sezioni devono essere buone alla stessa maniera e devono suonare al meglio possibile per tenere agganciato l’ascoltatore fino a quando arrivi al chorus.

Hai scritto tutto tu il materiale dell’album, sia le parti strumentali che i testi?

La maggior parte. Io ho composto tutte le strofe e i ritornelli e Kip ha fatto in modo di arrangiarli aggiungendo dei bridge e gli assoli. È lo stesso metodo di lavoro che abbiamo usato all’epoca dei Winger. Io ho scritto tutte le melodie e Doug ha usato la maggior parte dei miei testi semplicemente rendendoli più affascinanti.
[PAGEBREAK] Quanto è durato il processo di composizione per l’album?
Ho lavorato su queste canzoni per circa un anno. Credo che sia questo il motivo principale perché il disco non sembra buttato lì in qualche modo. Molti di questi gruppi-progetto si trovano e mettono insieme qualcosa il più velocemente possibile in modo da essere pagati. Io ho portato a Kip circa 120 idee. In questo senso la casa discografica è stata eccezionale perché non mi ha messo fretta.

Cosa ti ha ispirato i temi per i testi?
Onestamente devo dire che i testi sono nati praticamente improvvisando mentre componevo le melodie base per Doug. Cantavo le parole che mi venivano in mente e che meglio potevano adattarsi alla musica e poi lui ha usato molte di queste facendo in modo che tutto avesse un senso. Lui è incredibile, potrebbe far suonare “Mary Had A Little Lamb” come fossero i Led Zeppelin, ma comunque sui testi ha speso un bel po’ di tempo. Penso che volesse qualcosa che non fosse triste e malinconico perché in ogni caso la musica nella maggior parte dei casi è allegra.

Cosa mi puoi dire di Kip Winger? Come è stato tornare a lavorare con lui?
Kip è come un paio di vecchi jeans. È tuttora il mio migliore amico. Ogni volta che lavoro con lui imparo qualcosa perché è una continua fonte di ispirazione. Nessuno lavora più a lungo e con maggiore impegno sulla musica di quanto faccia lui. Iniziavamo alle dieci del mattino ogni giorno e non staccavamo mai prima della una di notte. Kip è il ragazzo di maggior talento e allo stesso tempo più complicato che io conosca. È davvero un genio tormentato.

Il suo contributo alla fine quanto ha contato per il sound finale dell’album?
Se The Mob suona così bene il merito principale è suo. Kip ha studiato con Mike Shipley e così conosce molti trucchi per ottenere il meglio dalle voci, per comprimere i missaggi. Quando lui si è messo in cabina di regia io ho tirato un sospiro di sollievo. È un perfezionista come me, e così il lavoro è quasi perfetto nella sua armonia, nel suo essere bilanciato. Certo, fosse dipeso da me avrei alzato un po’ il volume degli assoli di chitarra…

Hai qualche rimpianto riguardo il risultato finale? C’è qualcosa che oggi, riascoltando, cambieresti o suoneresti in maniera diversa?

È quello che è e va bene così. Ovvio che ci sono alcune parti che mi fanno recriminare e pensare “dannazione, avrei voluto che fossimo riusciti a fare come volevo”, ma alla fine è così per ogni disco. Va bene così e nessuno comunque lo ascolterà mai con lo stesso orecchio con cui lo ascolto io. Una volta impazzivo per queste cose, ma ora anche Kip ti può dire come sia molto più rilassato.

Cosa pensi dell’attuale scena hard rock? C’è qualche band che ritieni particolarmente interessante?
Devo dire la verità: non compro un disco da dieci anni a questa parte. Tutto ciò che ascolto sono le mie idee sulle canzoni oppure, se sono a casa, qualche classico del rock. Per il resto sono totalmente fuori dalla scena musicale odierna. Ho un amico che ha lavorato con Tom Sholtz dei Boston e mi ha detto che all’epoca della collaborazione, mentre lavoravano sui suoni di batteria, disse a Tom “hey, quel rullante suona come Phil Collins”. E Tom ha risposto “Chi?”. Ecco, io sono uguale. Sono un compositore e così l’unica musica che ascolto è quella che compongo. Quando sento la radio in macchina devo chiedere ai miei figli di chi si tratti e loro mi dicono Audioslave, Nickelback… Certo, se uscisse un gruppo come i Def Leppard o gli AC/DC, allora un disco lo comprerei. Aspetto qualcuno che pubblichi una nuova “Toys In The Attic” o “Back In Black”, ma non sto certo trattenendo il respiro nell’attesa. In fondo sono uno snob musicale.

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