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    The Mob

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Hard rock con il cuore nero

A volte basta un singolo elemento per rendere speciale un progetto musicale di per sé non diverso da tanti altri. Prendete The Mob. L’esperienza di Reb Beach, accumulata in anni passati on the road con Dokken e Whitesnake, non si discute, così come la perizia di Kip Winger sulla tolda di comando. Ma senza Doug Pinnik alla voce, anche tutta la perizia della coppia di autori non sarebbe bastata ad elevare questo disco al di sopra del marasma odierno dell’hard rock. Il cantante dei King’s X (che per l’occasione non suona il suo basso a 12 corde) spariglia le carte con una voce lontana dagli schemi del genere e conferisce all’album un sapore inusuale. Una voce originale che si incastra benissimo sul riffing efficace e corposo di Beach. La produzione di Winger è asciutta e decisamente equilibrata nell’esaltare il lavoro di tutti, eccetto forse il povero Timothy Drury, le cui tastiere sono lasciate sullo sfondo. Quello che manca è forse il guizzo, il capolavoro in grado di rendere “The Mob” un’uscita indimenticabile.
Beach mette al bando cori anthemici e ruffiani, cedendovi solo un attimo su “Turn To Stone” e “No Reason Why”. Un atto di coraggio forse ma che non fa che rivelare la debolezza di qualche linea melodica rispetto a un impianto strumentale pressoché perfetto. “One Track Mind” è un pezzo di grande impatto mentre “Wait” è totalmente insapore. “The Magic” (cantata da Kelly Keagy) scorre via piacevole ma senza discostarsi da un classico lento dal sapore elettro-acustico. Molto meglio quando si aggredisce come in “I Will Follow” o “Love Will Carry On”. Chiusura affidata alle atmosfere acustiche di “I Want To Live Forever”, emozionante e malinconica. Forse una grande occasione non sfruttata a pieno.

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