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The motion stops the emotion

Sono passati esattamente due anni da quel torrido concerto in piazza Napoleone a Lucca.
Due anni di attesa, di inediti e singoli, e noi ad aspettare il tanto agognato sesto album. Ci avevano deliziato e fatto sognare servendoci un antipasto condito dall’incredibile voce di Terry Callier, per poi ributtarci nel limbo, posticipando, posticipando e posticipando.
Nel frattempo trapelavano voci su collaborazioni illustri che si materializzavano nei loro studi di registrazione. Tunde Adebimpe & Dave Sitek dei TV On The Radio, Damon Albarn, Elizabeth Frazer, Dot Allison, Hope Sandoval, Mike Patton, Patti Smith e David Bowie.

Ma che diavolo stanno combinando quei due? Di sicuro non stanno mettendo in piedi un gruppo radicale come il Weather Underground, che in origine doveva essere anche il titolo del loro nuovo lavoro. Ma è altrettanto certo che i Massive Attack, accanto alla sperimentazione musicale, hanno sviluppato una fortissima coscienza sociale e politica. E questo nel corso del concerto emergerà potentemente. Ma andiamo con ordine.

Passiamo due ore di attesa, seduti su una tribuna di metallo che annulla il fondoschiena, ad osservare la piazza antistante il Pala De André riempirsi inesorabilmente. Ed è in questi momenti che si ripete la magia del duo britannico: ogni volta arrivano persone di tutti i tipi, una classe trasversale di esseri umani. Dal rockettaro al rasta, da quello con la maglietta Free Tibet a quello in pantaloni e camicia di lino, dall’adolescente a quello che è sopravvissuto alla Generazione X, dal quarantenne erudito alle coppie di insospettabili cinquantenni. Tutti accomunati dalla passione, o dalla semplice curiosità, per quel suono così crepuscolare.

Tutto questo brulichìo di persone è accompagnato da un dj set in cui si mescolano i suoni che hanno influenzato i Massive Attack, o perlomeno che i due apprezzano molto: reggae, dub, elettronica, e persino – ma non c’è da meravigliarsi – le grandi composizioni di Ennio Morricone. Una musica che vuole preparare le orecchie del pubblico. Una specie di camera di decompressione dai rumori della vita quotidiana.

Finalmente, intorno alle dieci, ha inizio lo spettacolo.
Un suono stridente accompagna il battito costante delle percussioni, Deborah Miller si presenta sul palco e inizia a cantare. “È una canzone nuova!” è l’unica cosa che riusciamo a dire. Un brano potente che innalza un muro elettrico su cui entra la voce di Daddy G. A tratti si sentono echi industrial: le chitarre stridono, tutto stride. E già dall’inizio si capisce che sarà uno spettacolo sonoro e visivo. Sullo sfondo, infatti, un enorme vidwall accompagnerà tutte le canzoni del concerto, con luci e colori, immagini e messaggi.
Termina la canzone che siamo ancora colpiti dall’incipit, e non ci accorgiamo che nel frattempo 3 D è salito sul palco e ringrazia in un buon italiano. Finalmente vediamo l’essenza del gruppo, l’anima bianca e quella nera insieme sul palco.
[PAGEBREAK] Di lì a poco i due intrecceranno le loro voci in “Rising Son”, che viene preceduta da una lunghissima intro fatta di chitarre e sintetizzatore. Il pubblico è già in visibilio. Ma lo stupore si dilata su un altro classico del duo bristoliano. Parte “Teardrop” e sale sul palco una giovane donna che imbraccia una Les Paul bianca. È Stephanie Dosen che – verremo a sapere dopo – ha prestato la voce nel nuovo album dei Massive Attack. Una bella esecuzione che però non ha nulla a che vedere con quella di Elisabet Frazer, voce immortale dei Cocteau Twins.

Dopo questo uno/due sferrato ai nostri sensi, entra per la prima volta in scena l’amico più fedele e longevo della band britannica, Horace Andy, che presenta un bravo nuovo. Non vogliamo dilungarci troppo sulle nuove canzoni perché crediamo che il giudizio, per questo tipo di musica, lo si possa dare solo ascoltando l’album, in cuffia.
“C’amma fa?” dice Robert e subito parte “Mezzanine”. I due Massive ancora insieme in una versione molto cupa del brano che ha dato il nome all’album più acclamato. Intanto scorrono frasi in modo sincopato: The motion stops the emotion, I’m a groucho marxist, Forest preceeds man, desert follows him.

Altro momento forte del concerto, nell’alternarsi di nuovo e di classico, arriva sulle note di “Inertia Creeps” e nelle parole che appaiono alle spalle della band: Michelle Hunziker, Flavio Briatore, Alemanno, ecc. Frasi prese da rotocalchi e ogni sorta di inutilità, fino a quando entrano in campo le idee di Robert e soci, che si riassumono nell’ultima frase, prima della fine del brano: ogni voto conta. L’inglese e l’italiano per lanciare messaggi forti e per nulla fraintendibili.

In quel momento iniziamo a sentirci un po’ a disagio per i troppi stimoli, i troppi messaggi. Ma non facciamo in tempo a riprenderci che Robert Del Naja attacca “Safe From Arms” e l’immenso schermo ricomincia a martellare di messaggi. Lo strascico finale di chitarre è tanto lungo quanto psichedelico. È il deliro! Davanti a noi, un ragazzo molto a modo non ce la fa più e balza in piedi urlando e dimenandosi.
Fine prima parte. Siamo ancora storditi da tutte le sollecitazioni. Ci salva la prima uscita di scena del gruppo.

Dopo qualche minuto rientra Horace Andy e lo spettacolo riprende dall’apice: you are my Angel….Che brividi!
Rientra Deborah Miller e parte “Unfinished Sympathy”. Siamo in trance, seduti sulla panca di metallo, non sentiamo più il nostro lato B ma siamo felici, felicissimi. Anche quando sembra proprio che il concerto sia finito, siamo ancora emozionati dal crescendo della scaletta. In pace con noi stessi. Appagati. Ma il nostro vicino di panca no, quello di prima. Lui ne vuole ancora. Sembra drogato, è in estasi. Si gira verso di noi urlante e ci invita a fischiare per farli uscire di nuovo. Io sono di altro umore e poi non so fischiare come dice lui. Ma non si arrende. Forse perché nemmeno lui sa fischiare come vorrebbe, inizia a ululare e battere i piedi. E incredibilmente tutta la tribuna batte i piedi. Anch’io.

Ancora più incredibilmente quel gesto disperato determina un miracolo: Robert Del Naja e Grant Marshall si ripresentano sul palco, ringraziano di cuore e attaccano “Karmacoma”. Ancora delirio! Il Che Guevara davanti a noi si alza e scatta tra il pubblico come un’antilope, trascinandosi dietro l’inerme fidanzata. Molti lo seguono. Noi rimaniamo lì a goderci quest’ultima perla, pensando a tutto quello che di nuovo abbiamo sentito stasera e al momento in cui potremo goderne in cuffia.

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