Home > Recensioni > The Notebook

Il percorso tematico della sezione Generator + 18 di questa edizione del Giffoni Film Festival è ormai ben chiaro: la violenza e le brutture del mondo catturate dallo sguardo degl’ innocenti, i bambini, e come tutto ciò possa influire sul loro percorso di crescita.

Nel caso di “The Notebook“, che l’ungherese Jànos Szàsz ha tratto dalla prima parte de “La trilogia della città di K.” di Ágota Kristóf, sono gli orrori della guerra.

Verso la fine del secondo conflitto mondiale, le grandi città sono ormai devastate dai bombardamenti, e le deportazioni naziste sono al loro tragico apice. Una madre disperata lascia i suoi figli, due gemelli di 13 anni (di cui non sapremo mai i nomi) in campagna, dalla nonna, una vecchia brutale ed alcoolizzata che tutti in paese chiamano “la strega”.

I due ragazzi capiranno ben presto che, in questo mondo straziato dalla violenza e dalla ferocia degli adulti, l’unico modo per sopravvivere è diventare insensibili e spietati, facendo affidamento unicamente l’uno sull’altro.

Leggendo la Bibbia e temprando il proprio corpo con il dolore e le privazioni, iniziano la loro “formazione”. Documentano tutto ciò che vedono sul loro Grande Quaderno seguendo un codice rigoroso: la prosa deve essere precisa, oggettiva ed assolutamente scevra da ogni tipo di emozione. Sopravvivranno alla guerra, ma orrori ancor più grandi li attendono al varco.

“The Notebook” è un romanzo di formazione al contrario. In un mondo devastato dalla guerra e dalla violenza, ogni convenzione etica e sociale è saltata e i valori sono capovolti.

Il percorso di (dis)educazione dei due protagonisti è dettato dalla necessità, a volte disumanizzante, di sopravvivere. In una realtà senza alcun punto di riferimento, dove gli adulti sono figure da temere e vige la legge del più forte, i ragazzi arrivano a formare un proprio codice etico, secondo il quale è la sofferenza a temprare lo spirito, e le ingiustizie vanno lavate nel sangue.

Non c’è uno spiraglio di luce, l’umanità è descritta al suo stadio peggiore, e ci lascia intendere che un orrore cosi disumano non può far altro che perpetrarsi. Tutto è pervaso da un senso di morte, accentuato dai paesaggi spogli ed innevati, a simboleggiare la glaciazione di ogni tipo di sentimento, e da una colonna sonora cupa e dissonante, squarciata dalle esplosioni delle bombe.

Meravigliosa la performance dei giovani Làszlo e Andràs Gyèmànt, che recitano in perfetta simbiosi affidandosi agli sguardi: sono sempre in campo insieme, non hanno nome, sono un tutt’uno.

Con “The Notebook” siamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro: cupo, disturbante, assolutamente non consolatorio, proprio come la guerra.

Pro

Contro

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