Home > Recensioni > The Ocean: Precambrian
  • The Ocean: Precambrian

    The Ocean

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

Musica nuova, temi (molto) vecchi

Ritornano i tedeschi The Ocean e lo fanno col botto. Un doppio album ispirato, per titoli e artwork, alla geologia e paleontologia del Precambriano? Testi allegorici basati sui “Canti di Maldoror” di Lautréamont? C’è materiale a sufficienza per un disco epocale – o per la pacchianata definitiva.
Il disco è diviso nettamente in due parti, spezzate in un EP e un full length.
La prima parte (“Hadean/Archaean”), che tratta del caos primordiale che regnava negli eoni Adeano e Archeano, riprende ed estremizza il discorso di “Aeolian”: riferimenti neanche tanto velati a Meshuggah (“Hadean”), Converge e Mastodon, estrema pulizia nel suono, chitarre “grosse”, composizioni articolate e cervellotiche. Salta subito all’orecchio l’assenza di qualsiasi fronzolo in fase di arrangiamento: solo chitarra, basso, batteria e voce, per un totale di 22 minuti di un’intensità spaventosa. Niente di particolarmente nuovo comunque, né in assoluto né all’interno della discografia del gruppo, che prende tutti i suoi rischi nel secondo CD, “Proterozoic”, 62 minuti in cui, per dirla con un’espressione tecnica, “succede di tutto”. Ovviamente i riferimenti a una certa scena postcore non mancano, tra richiami a Neurosis e Isis e altri, più velati, ai magnifici Breach – come in “Mount Sorrow”, nella quale guarda caso canta anche Tomas Hallbom, ma i The Ocean, un po’ come avevano fatto su “Fluxion”, arricchiscono a dismisura la tavolozza dei colori: troviamo momenti vicini al post rock (“Untimely Meditations”), arrangiamenti di fiati e archi, elettronica (sporadica, a dir la verità), voci pulite… il tutto senza (quasi) mai perdere il dono della sintesi, per fortuna. E con un ulteriore valore aggiunto: una scelta di suoni e mixaggio rischiosa, personale, lontana dagli standard settati dai Neurosis qualche anno fa e più vicina a certo metal europeo. Le chitarre sono quasi sempre compresse, anche nei momenti più dilatati, la batteria è sempre in primo piano, persino la voce sfocia nel classico growl in più di un’occasione.
Tutto perfetto? Analizzando singolarmente i singoli pezzi sembrerebbe di sì, soprattutto in virtù di una varietà compositiva sopra la media – per intenderci, non siamo di fronte ad una collezione di brani che seguono il solito schema “inizio acustico – esplosione – momento di quiete – crescendo – esplosione – finale”. Certo è che 84 minuti di musica di questa intensità non sono facili da reggere per nessuno, e il rischio di perdercisi è sempre in agguato. Va però dato atto ai The Ocean di aver composto un’opera ambiziosa, complessa e soprattutto personale, che non risulta essere l’ennesimo clone di “Oceanic” o “A Sun That Never Sets” e che molto probabilmente resterà nel tempo.
Non è affatto poco.

Scroll To Top