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The Ocean: Umano troppo umano?

Tutto si può dire sui The Ocean, tranne che manchino di coraggio. Hanno scritto un doppio concept album, apparentemente a sfondo scientifico ma che in realtà tratta tematiche profondamente umane, senza rinunciare a riferimenti letterari decisamente “alti”. I ragazzi (o per meglio dire il ragazzo, cioè Robin Staps, nostro interlocutore in quest’intervista e autore unico della band) fanno sul serio, e lo si nota anche da come rispondono quando si parla della loro musica. Andate avanti a leggere se volete sapere tutto su “Precambrian” e sull’universo The Ocean…

Prima di tutto, congratulazioni per il nuovo disco. Oltretutto, essendo io uno studente di paleontologia è stata una sorpresa scoprire il tema dell’album!
Album che, dal punto di vista musicale, è davvero stupefacente, anche meglio dei vostri lavori precedenti. Penso sia pieno di sorprese e scelte coraggiose. Prendiamo ad esempio l’EP: tematicamente tratta dei primi tre miliardi di anni di storia della Terra, e forse ci si poteva aspettare qualcosa di caotico e super-arrangiato. Invece “Hadean/Archaean” è un disco cervellotico, pieno di riff obliqui e cambi di tempo, certamente violento e aggressivo, ma comunque molto curato. L’assenza di archi e altri arrangiamenti dona al tutto un’atmosfera moderna, quasi chirurgica. È stata una vostra scelta? E perché?

Il nostro intento era di far sì che la musica riflettesse quello che accadeva durante l’eone a cui si riferisce. Durante l’Adeano e l’Archeano, la Terra era un luogo ostile, privo di ogni forma di vita, non c’era ossigeno né atmosfera, e se l’uomo potesse tornare indietro a quel tempo vedrebbe una massa di terra scura, scossa da terremoti ed eruzioni vulcaniche, con gas velenosi a riempire l’aria e le prime nubi scure a riempire il cielo. I colori prevalenti erano il rosso e il nero, come si vede nell’artwork. Ci siamo chiesti “come è possibile tradurre questo in musica?”. L’abbiamo fatto usando canzoni brevi e violente, molto semplici in termini di arrangiamenti e strumentazione, complesse come scrittura ma senza perdere groove… credo che ci siamo riusciti. È interessante anche la tua lettura, anche se personalmente non credo che l’atmosfera sia così moderna – anzi, penso il contrario! La produzione è molto grezza e analogica, ad esempio i piatti hanno un volume molto alto, suonano molto “thrashy”. Certo, i suoni sono curatissimi, ma non li sento così puliti come nella maggior parte delle produzioni metal moderne. Abbiamo cercato di far suonare l’album più simile a “You Fail Me” dei Converge che ad un disco degli As I Lay Dying, e secondo me ci siamo riusciti…

“Proterozoic” è sicuramente il più sorprendente dei due CD. Ci sono tutti gli elementi che avete già usato in “Fluxion”, oltre a molte innovazioni, ma comunque non suona mai barocco o eccessivo. Soprattutto le orchestrazioni suonano molto professionali, non sono la solita pacchianeria da mediocre gruppo metal. Chi scrive canzoni e arrangiamenti? E quanto ci avete messo a comporre il tutto?
“Precambrian” è completamente scritto e composto da me. Scrivo tutto la musica nel mio laboratorio a casa, aiutandomi con i miei computer, poi registro le pre-produzioni per ogni canzone e le faccio sentire agli altri ragazzi. Dopodiché ne parliamo e ci lavoriamo su, ma le canzoni definitive sono di solito molto simili alle pre-produzioni, sia come scrittura sia come arrangiamento. Aggiungiamo strati di suono man mano che procediamo con la produzione, e a volte c’è qualcuno che porta le proprie idee, ma gli altri ragazzi sono soprattutto concentrati sui loro strumenti, e non hanno nemmeno chiaro in testa come suonerà davvero una canzone finché non le mixiamo e masterizziamo. Quindi da un punto di vista creativo siamo una one-man-band, e sappiamo bene che se non fosse così non potremmo scrivere dischi come “Precambrian”. Non scriviamo il genere di musica che nasce quando stai jammando in sala prove, e immagina cosa potrebbe accadere se tutti e 26 i musicisti che suonano sull’album si incontrassero e provassero a improvvisare, a discutere idee e proposte… alla fine passeremmo tutto il tempo a bere, probabilmente, e di certo non riusciremmo a raggiungere la complessità di scrittura e arrangiamenti che mettiamo su disco. Non funzionerebbe mai, quindi gli altri ragazzi sono contenti anche se io sono una sorta di “despota creativo”; alcuni di loro poi hanno anche altri gruppi dove possono realizzare le proprie visioni creative. È fantastico poter lavorare con musicisti che accettano di avere una piccola parte nel tutto, senza voler per forza ficcare un assolo in ogni dannata canzone!
[PAGEBREAK] Un’altra cosa che si nota è il suono generale del disco. Ci si potrebbe aspettare qualcosa di molto vicino ai Neurosis, ma in effetti il disco suona più legato al metal che al classico “Albini sound”. La batteria è potente, le chitarre “grosse” e la voce è spesso un classico growl. L’elemento distintivo sono soprattutto le chitarre: suonano molto più compresse che in un “normale” disco postcore, spesso si avvicinano molto ai Meshuggah, e questo crea un effetto particolare, soprattutto nelle parti più d’atmosfera, nelle quali siamo abituati a sentire chitarre molto riverberate. Sei d’accordo? È una scelta ragionata, magari un modo per staccarvi almeno in parte dalla “scena” postcore?
La tua interpretazione è molto interessante. In effetti, penso che siamo comunque più vicini all’”Albini-sound” piuttosto che all’heavy metal classico… ma è vero, cerchiamo di combinare il meglio dei due mondi. Volevamo che la batteria fosse molto presente, con molta “ambience”, mentre volevamo che le chitarre suonassero molto compresse. Volevamo evitare quel suono “annacquato” che hanno molti dischi postrock al giorno d’oggi, volevamo che l’ascoltatore potesse sentire perfettamente ogni singolo dettaglio, quantomeno in cuffia. Ho avuto bisogno di un tempo infinito già solo per arrangiare i campionamenti e i suoni in stereo, e ci tenevo molto che venisse bene. Quindi penso che l’album suoni molto simile ad una combinazione di metal e postcore: da un lato si riesce a sentire perfettamente tutto, ogni singolo dettaglio, dall’altro non si perde mai l’atmosfera. Credo che “Precambrian” sia in costante crescendo emozionale, c’è un feeling quasi esistenziale dietro di esso.
Sono molto soddisfatto di come suonano le chitarre, credo che siano molto originali, e per questo devo dire grazie all’amplificatore che abbiamo usato (un Diezel VH4) e alle tecniche di mixaggio. Sono d’accordo con te, sono molto dirette, volevamo un disco che suonasse massiccio anche senza bisogno di esagerare con il riverbero.
Per quel che riguarda i Meshuggah… mi piace molto come suonano le loro chitarre, ma credo che ci siamo comunque distaccati anche da quel suono, le nostre chitarre sono molto più calde e centrate sui medio-bassi. Probabilmente il motivo per cui le chitarre ti sembrano così “meshuggose” è che abbiamo fatto in modo che suonassero il più compresse e precise possibile. Non ci sono sbavature sul disco, e non perché siamo i migliori musicisti del mondo, ma semplicemente perché abbiamo speso sei mesi per registrare questa… questa bestia!

Non avendo avuto ancora la possibilità di analizzare i testi attentamente, ho solo notato che il tema del Precambriano sembra essere solo un simbolo, una scusa per raccontare qualcosa d’altro. Che cosa? E qual è effetttivamente il collegamento tra i “Canti di Maldoror” di Lautreamont, che a quanto ho capito sono la fonte primaria d’ispirazione per i testi, e il Precambriano?
In effetti, non ci siamo attenuti strettamente al concept sul Precambriano. Non avrebbe avuto molto senso scrivere un disco a proposito di rocce, lava ed eruzioni vulcaniche, come non avrebbe avuto molto senso raccontare come il primo microrganismo unicellulare si sentiva quando nuotava negli oceani precambriani… per rendere la musica (e l’arte) veramente emozionante, bisogna parlare all’uomo e dell’uomo, non ci interessava scrivere solo di un tempo in cui non c’era vita umana sulla Terra. Certo, i testi sono ricchi in metafore che si riferiscono al Precambriano, ma a parte questo i testi parlano dell’uomo.
Lautreamont è sicuramente la maggiore influenza sui testi del disco. La sua opera “I Canti di Maldoror” è la più impressionante guerra che sia mai stata scatenata con il solo uso di parole. È così piena di cattiveria, passione, ironia e odio profondo per l’uomo e le sue virtù… ad un certo punto mi sono reso conto che l’album che stavo scrivendo non era altro che una colonna sonora per i “Canti”. Quindi mi è venuto naturale cercare di adattare quelle parole blasfeme alla mia musica. Alla fine, i testi di due canzoni sono passaggi dei “Canti” riproposti nella loro interezza – parlo di “Mesoarchaean/Legions of Winged Octopi” and “Neoarchaean/To Burn The Duck of Doubt”, entrambe su “Hadean/Archaean”. Ci sono poi molti altri estratti qui e là, e il booklet di “Proterozoic” è riempito di citazioni dei “Canti”, alcune delle quali usano splendide metafore legate all’oceano: “You will not in my last hours, find me surrounded by priests. I want to die lulled by the waves of the stormy sea”.
[PAGEBREAK] Sul vostro sito avete scritto che “Precambrian” è “un album per tutti quelli che ancora credono nell’idea che un album possa essere, e debba essere, più della somma delle singole canzoni”. Il che è evidente anche guardando quanta cura avete messo nell’artwork e nel packaging. Eppure avete un MySpace, e si possono ascoltare molte tracce dell’album dal vostro sito. In che modo vi ponete dunque nell’infinita diatriba “Internet: sì o no?”?
Non lo vedrei come un discorso di “Internet: sì o no”, non possiamo far tornare indietro il tempo e far finta che certe tecnologie non esistano, e anche se potessimo non avrebbe senso. Non ce l’ho con MySpace, l’hai detto anche tu, abbiamo anche noi la nostra pagina. Anzi, l’idea è grandiosa, ad esempio il fatto che siano gli utenti stessi che lo fanno funzionare e che permettono ad una band di diventare famosa, ignorando completamente ogni problema di budget promozionale. Vedo MySpace come uno strumento promozionale fai-da-te, e in questo senso lo apprezzo molto. Il problema è che oggi come oggi non è più un modo per far conoscere una band e convincere l’ascoltatore a comprare il loro disco e immergersi nella loro arte – MySpace è diventato un fine, non più un mezzo. Avendo a disposizione un’infinità di canzoni a portata di click, l’utente si ferma qui, non fa più il passo ulteriore, non va al negozio, si limita a cliccare sul MySpace successivo. Ci sono così tanti gruppi da scoprire, e li si vuole conoscere tutti, anche se nel 90% dei casi suonano tutti uguali… sembra che quello che davvero cattura la gente sia questa vaga paura di potersi perdere qualcosa. Lo dice anche Theodor Adorno nella sua “Dialettica dell’Illuminismo”, quando parla di cultura industriale – anche se lui si riferisce alla radio, e secondo me parlando di MySpace la cosa è ancora più clamorosa. La struttura stessa del sito, che consente di mettere al massimo quattro canzoni in pessima qualità audio, significa che alla fine qualcosa viene compromesso.
E soprattutto, con MySpace si perde l’idea di “album”. Sono un grande fan dell’idea di fare un disco organico piuttosto che un insieme di canzoni. Tutti i miei dischi preferiti hanno questa coesione di fondo, questa… inevitabilità, che ti porta a voler ascoltare l’album per intero senza saltare nemmeno una traccia. A me sembra che questo si stia perdendo oggigiorno, riesci a catturare l’attenzione di qualcuno per un massimo di quattro canzoni e qualche clic di mouse, le band si concentrano sull’obiettivo di scrivere la canzone perfetta e si dimenticano tutto il resto. Noi siamo contro tutto questo, ed è per questo motivo che abbiamo pubblicato un doppio concept album con un packaging e un artwork curati nel minimo dettaglio. Speriamo che tutto questo lavoro serva a creare un legame tra noi e l’ascoltatore, che “Precambrian” sia qualcosa di più di una raccolta di belle canzoni.

I vostri live show sono stati spesso definiti “Lynch-eschi”. Questo significa che anche il cinema è in qualche modo una fonte di ispirazione per voi. Quindi è giunto il momento di nominarle tutte: che cosa vi ispira? E, alla fin fine, perché scrivete musica? E perché questa musica e non, per esempio, jazz, o noise, o ambient? Cosa rende la vostra musica così speciale?
Non te lo so dire, non te lo so proprio dire. Mi limito a scrivere quel che mi viene in mente e mi colpisce. Il mio obiettivo primario è sempre scrivere un album che soddisfi me prima che chiunque altro. La musica vuol dire tantissimo per me, è l’unica cosa al mondo che mi fa davvero andare avanti a vivere. Posso svegliarmi alle nove del mattino e restare in studio fino alle cinque del mattino dopo senza annoiarmi, mangiando e bevendo il minimo indispensabile, e alla fine mi chiedo sempre “è passato tutto questo tempo?”. Certo, può essere noioso, può essere faticoso, ma è quello che voglio fare nella mia vita, quindi non mi lamento. Mi capitano spesso momenti quasi esistenziali legati alla musica, è sempre stata un’esperienza quasi mistica, e per questo difficile da comprendere appieno, ma ha sempre reso la mia vita interessante. Sarò pretenzioso, ma ho sempre avuto il desiderio di andare oltre me stesso e i miei limiti, provare a realizzare qualcosa che non era mai stato fatto prima, e in questo modo restituire alla musica qualcosa, una minima parte di tutto quello che lei mi ha dato nel corso degli anni. È un scopo nobile, probabilmente destinato a fallire, ma quel che conta è provarci, no?

Vi chiamate The Ocean. Avete scritto un EP chiamato “Fogdiver”, un album chiamato “Aeolian”, un altro intitolato “Fluxion”. Sembrate quasi ossessionati dagli elementi e dalla natura. È vero? In questo senso, “Precambrian” può essere visto come una sorta di riassunto, di “ecco com’è iniziato tutto”?
Sì, volendo può essere visto così. C’è un meta-concept dietro tutti i nostri dischi, che è legato ai quattro elementi: “Fogdiver” era la terra, “Fluxion” l’acqua, “Aeolian” l’aria e “Precambrian” è il fuoco. Basta guardare l’artwork e i packaging per capirlo. Ora che abbiamo finito con gli elementi, ci avventureremo in altri territori con il prossimo album, probabilmente…
[PAGEBREAK] Cosa dobbiamo aspettarci dai The Ocean, dal punto di vista musicale e concettuale? Un altro CD a sfondo scientifico-geologico, magari qualcosa a proposito del Cambriano e della nascita della vita sulla Terra? O qualcosa di completamente diverso? O magari siete solo talmente stanchi dopo le registrazioni del disco che l’unica cosa che desiderate è una lunghissima pausa?
L’ultima che hai detto. Ce l’abbiamo fatta, abbiamo pubblicato “Precambrian” e sono felice che sia tutto finito. Non so nemmeno se avrò mai voglia di scrivere un altro disco in vita mia. Di sicuro sarà difficile arrivare al livello di “Precambrian”, e non penso proprio che riusciremo mai a fare qualcosa di meglio. Quindi non ha senso pensare ad un altro disco in questo momento. Arriverà forse un giorno in cui penserò di poter scrivere qualcosa di meglio, e in quel caso potrei cambiare idea. In questo momento comunque il mio più grande desiderio è poter fare almeno un paio d’anni di tour per promuovere “Precambrian”. Sono 90 minuti di musica, praticamente due album in uno, quindi non aspettatevi nulla di nuovo da parte nostra nel futuro prossimo!
Deciderò se scrivere un altro album anche in base a come andranno le vendite di questo. Abbiamo speso molto tempo e molto denaro per “Precambrian”, ci abbiamo lavorato tutti i giorni per per dieci mesi e abbiamo anche tirato fuori molti soldi di tasca nostra, e tutto per far sì che il disco venisse fuori esattamente come volevamo noi. Quindi se non riusciremo a tornare in pari coi soldi, non ci sarà nessun nuovo disco dei The Ocean. Ma sono sicuro che ce la faremo… per cui se volete un altro disco dei The Ocean, andate a comprare “Precambrian” e dite a tutti i vostri amici di fare lo stesso!

Per chiudere…
Grazie per l’intervista, saremo in Italia insieme ai Rotten Sound il 4 aprile al Garage di Milano, e probabilmente anche per altri show sempre ad aprile, vi aspettiamo! Grazie!

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