Home > Recensioni > The Plot To Blow Up The Eiffel Tower: Love In The Fascist Brothel

Hitler was a Vegetarian (Residents docet)

Questa è gente con il cervello divorato ed un cazzo enorme. Come inizio di recensione non è per niente male. “The Plot To Blow Up The Eiffel Tower”, con un nome del genere cosa ti puoi aspettare? Proviamo a spiegarlo con poche parole: la versione punk dei Locust. Poco più di venti minuti di assalto sonoro con annesso puzzo di piscio ristagnante. Qualcuno nella musica attacca, altri si difendono, altri ancora mantengono posizioni neutrali (ridono come bocchinari e se ne stanno a guardare con un’aria chic di superiorità e una buona scorta di collirio). Se questi quattro sciroccati fossero stati dei militari, probabilmente sarebbero diventati degli artificeri, perché si sa, per disinnescare una bomba devono prima insegnarti a costruirne una. Tutto continua a filare liscio (don’t try this at home).
Il tempo passa veloce ascoltando “The Plot”, uno ci prova anche a mantenere la calma ma l’adrenalina continua a ribollire acida quando ascolta la base post-core con i suoi innumerevoli innesti free jazz, punk morbosamente tirato, new wave disillusa (un osceno frankenstein insomma) ed un bella badilata di sporcizia come collante. Non passiamo alla rassegna dei pezzi migliori, perché è un disco talmente intenso che pare di ascoltare un’unica deflagrante traccia (riesce pure a scheggiare i cessi di ceramica). E così tra svastiche e rose (simpatico il booklet dove Hitler, il primo veget-ariano della storia, con le tette al vento si spara una bella parata schizoide), tornano alla mente le furiose battaglie del Feldmaresciallo Erwin Rommel e le prime avventure con le signorine dalle mutandine in pizzo bagnate (non c’è un nesso logico ma neanche nel disco se per questo. Forse). Ho scritto quello che il disco è riuscito a comunicarmi, ma ora, non me ne vogliate, vado ad ascoltarmi John Lydon, i P.I.L. e il loro dub da fogna. Alla prossima.

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