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The Post — Incontro con Steven Spielberg, Meryl Streep e Tom Hanks

Arrivato a Milano per presentare il suo nuovo film “The Post“, che uscirà  il 1 febbraio, Steven Spielberg ha incontrato la stampa italiana, accompagnato dai due formidabili interpreti, Meryl Streep e Tom Hanks.

Ambientato nel 1971, “The Post” ricostruisce le vicende che hanno portato alla pubblicazione da parte del New York Times e del  Washington Post dei Pentagon Papers, studio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America sulle strategie politico-militari messe in atto durante la Guerra del Vietnam, riferite agli anni 1945-1967. La pubblicazione del documento top secret, che rivelava che ben quattro presidenti avevamo mentito sull’entità del coinvolgimento americano, modificò radicalmente la concezione dell’opinione pubblica nei confronti del conflitto. 

Protagonisti di questa grande vittoria della libertà di stampa furono Katharine Graham (Meryl Streep), editrice del Washington Post e prima donna a capo di una testata importante, e Ben Bradlee (Tom Hanks), direttore del quotidiano, che rischiarono le loro carriere e la stessa esistenza del Post per inseguire un ideale di informazione «al servizio dei governati, non dei governanti».

La prima domanda è per Steven Spielberg: perché ha voluto girare adesso un film come “The Post”? Crede che la libertà di stampa sia minacciata?

Spielberg: Sono stato cresciuto credendo che la stampa libera fosse guardiana della democrazia. E credo sia incontrovertibilmente vero. Nel 1971, il Presidente Nixon cercò negare alla stampa il diritto di pubblicare i Pentagon Papers, arrivando fino alla Corte Suprema. Una cosa del genere non era mai accaduta, fin dai tempi della Guerra Civile. Credo che libertà di stampa sia sotto attacco anche oggi. E considerando quello che ho letto nella sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer, forse lo è persino di più che nel 1971.

Qual è stata la risposta della stampa americana a “The Post”?

Spielberg: Abbiamo ricevuto grande sostegno dalla stampa americana, che in questo momento sta subendo quotidianamente gli attacchi dell’amministrazione, lottando contro la disinformazione e l’accusa di fake news ogni volta che una storia non piace al Presidente Trump. Credo il film venga sostenuto non solo per il messaggio politico a sostegno della libertà d’informazione, ma anche grazie al personaggio di Katharine Graham e lo straordinario viaggio di questo personaggio. Una donna arrivata in vetta alle gerarchie nella sua professione, che trova la propria voce in una società guidata da uomini. Nella figura di Katharine Graham sta proprio il cuore di questa storia, così come nel complesso rapporto che si instaura tra lei e Ben Bradlee, qualcosa che non mi era mai capitato di affrontare prima. Fortunatamente, ho avuto due attori straordinari come Meryl Streep e Tom Hanks per farlo. 

Hanks: Anche se in realtà il The New York Times avrebbe preferito che il titolo fosse “The New York Times” (ride, ndr).

Come mai non avete mai lavorato tutti insieme prima d’ora, con  l’unica eccezione di un documentario ispirato e dedicato a Nora Ephron intitolato “Everything Is Copy“?

Streep: In realtà non abbiamo mai lavorato insieme perché ai vecchi tempi alle donne veniva sempre chiesto di ballare… 

Spielberg: E io ho sempre fatto fatica ad chiedere alle ragazze di ballare.

Hanks: E sui set con cui ho lavorato con Steven, prima o poi arrivava sempre quel giorno in cui diceva «Mannaggia, come vorrei che Meryl Streep fosse in questo film!» (ridono, ndr).

Streep: Nora Ephron è stata colei che ci ha portato a lavorare insieme. Tom era un carissimo amico di Nora, come me. Ci siamo conosciuti grazie a lei. Nora è stata per noi una grandissima fonte d’ispirazione e mi piacerebbe molto che fosse qui con noi oggi, a commentare questo film e il particolare momento che stiamo vivendo. Nessuno saprebbe farlo in maniera più divertente e pungente di lei. 

Tom Hanks, cosa ha provato a vivere la vita di redazione con gli occhi di un personaggio come Ben Bradlee?

Hanks: Il grande Ben Bradlee era un uomo competitivo e determinato. Non voleva raccontare una storia, ma LA storia. Nel giugno 1971, il Washington Post era in competizione con il Washington Star, all’epoca il giornale più importante della città. L’idea che il NY Times avesse una storia che il Post non aveva, teneva Bradlee sveglio la notte. Una delle mie scene preferite è quella in cui, leggendo il rapporto del Times, lui esclama «Siamo secondi persino a casa nostra!». In questa scena c’è tutta la passione e la percezione della sfida che guida il film. 

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Meryl Streep, il personaggio di Katharine Graham cosa può insegnare sul rispetto e parità? 

Streep: all’inizio pensavamo che questa sceneggiatura, scritta all’inizio da Liz Hannah e poi acquisita da Amy Pascal sei giorni prima delle elezioni, contenesse uno sguardo nostalgico su quanto fossimo arrivate lontano come donne, dal momento che stava per essere eletto un presidente donna. Dopo le elezioni, invece, è aumentata l’ostilità verso la stampa e l’aggressività  verso le donne. Così, “The Post” è diventato una storia su quanta strada NON abbiamo fatto. 

Cosa ci insegna il suo personaggio sul coraggio?

Streep: Questo film nasce dal coraggio di Daniel Ellsberg, un soldato e giornalista che decise di sfidare le leggi sullo spionaggio, trafugare i documenti secretati che inviò a Neil Sheehan del New York Times, che a sua volta rischiò tutto per pubblicarli. Con questo atto di coraggio, l’opinione pubblica venne a sapere che il governo mentiva da quattro amministrazioni e che il quinto presidente, Nixon, voleva insabbiare tutto. Ci sono stati tanti atti di coraggio. Per il Washington Post è stata una donna a dover prendere quella decisione. Nel 1971 non c’erano molte giornaliste nelle redazioni, dove, come è accuratamente rappresentato in “The Post”, erano tutti bianchi e tutti maschi. Ma fu Kay Graham a prendere la decisione di sconfiggere Nixon. Non percepiva realmente la propria autorità, ma alla fine conquistò la propria posizione, fu la prima donna a capo di un’azienda nel Fortune 500 e vinse un premio Pulitzer nel 1998 con la sua autobiografia (“Personal History”, ndr). Fu una delle grandi donne del XX secolo. Il coraggio si può imparare? Katharine lo ha imparato, ma noi non lo stiamo insegnando abbastanza alle nostre ragazze. Anche Bradlee era un uomo di coraggioso, disposto a rischiare tutto. Lo aveva imparato a 20 anni, in marina al comando di un centinaio di uomini.

Spielberg: Bradlee aveva un grande appetito e ambizione, ecco perché decise di sfidare il NY Times, il più importante quotidiano degli Stati Uniti. Questo lo ha spinto a cercare un futuro grandioso per il Washington Post, per farlo diventare un giornale che si meritasse lui come direttore. Questo suo atteggiamento è stato fondamentale per lavorare poi sul Watergate senza freni, cosa che portò alle dimissioni di Nixon. 

Hanks: Ma Ben Bradlee non ha mai dimenticato una sola cosa: che Katharine Graham era il suo capo. 

Si è parlato di ruolo delle donne e parità sul luogo di lavoro. Questo si ricollega al tema della campagna Time’s Up. Perché, secondo voi, ci è voluto così tanto per far uscire allo scoperto questo scandalo ad Hollywood? Cosa sta cambiando adesso?

Streep: Gli esseri umani sono lenti ad imparare. Questa non è una nuova battaglia, ma per qualche ragione l’atmosfera sta cambiando. Non solo ad Hollywood. Nell’ambiente militare, al Congresso, in tutti gli ambienti di lavoro. Le donne, in ogni campo, hanno sempre combattuto contro questo problema, ma quando è stata coinvolta Hollywood, con i suoi nomi altisonanti, molte persone hanno cominciato a farsi coraggio. Io sono ottimista. Forse si farà qualche passo indietro, ma poi si  riprenderà ad andare avanti. 

Spielberg: È una questione che risale alla notte dei tempi, su cui è stato scritto di tutto e di più. Le donne, nel corso della storia, hanno tentato di rompere lo stampo in cui sono state costrette dagli uomini. C’è stata una grande opportunità di farlo durante la Second Guerra Mondiale, quando  le donne americane hanno diretto fabbriche, manifatture, cantieri navali. Hanno preservato la civiltà occidentale. Quando alla fine della guerra gli uomini sono tornati a casa, le donne sono state costrette a tornare nelle cucine. Non venne riconosciuto loro il ruolo che avevano rivestito e non ebbero la possibilità di capitalizzare l’esperienza ottenuta in quei cinque anni di leadership. È una lotta di potere. Io non ho le competenze per fornire risposte, ma questo non è proprio un problema delle donne. È un problema degli uomini, che devono imparare a controllare loro stessi, comportarsi correttamente e accettare un “no” come risposta. Spero che il nostro film sia un piccolo passo verso la giusta direzione, che possa ispirare le donne a trovare la propria voce per dire «al diavolo, ora dirò quello che voglio dire». 

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