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Con “The Post” l’iperattivo Steven Spielberg (sta per uscire anche “Ready Player One”) porta al cinema la vicenda dei Pentagon Papers, i documenti riservati che nel 1971 svelarono al mondo le coperture messe in atto per decenni dal governo degli Stati Uniti sulla gestione della guerra in Vietman. A rendere pubblico il contenuto delle migliaia di pagine dei Papers fu dapprima il New York Times, ma quando il giornale venne diffidato dalla Corte Federale, su richiesta della corrente amministrazione Nixon, dal continuare le pubblicazioni, fu il più piccolo e fino a quel momento marginale Washington Post a portare avanti la battaglia in difesa della libertà di stampa e del diritto all’informazione per i cittadini.

Il film di Spielberg, su sceneggiatura di Liz Hannah (esordiente 32enne, il suo script di “The Post” era nella Black List 2016) e Josh Singer (premio Oscar per “Spotlight”), sceglie come protagonista proprio il Washington Post, che nel 1971 opera sotto la direzione di Ben Bradlee ed è di proprietà di Katherine Meyer Graham. Lui, interpretato da Tom Hanks, è intraprendente, brillante, e un po’ frustrato dalla posizione di secondo piano occupata dal quotidiano per cui lavora nel panorama dell’informazione nazionale; lei, incarnata da Meryl Streep, è subentrata come editrice del Post – a tutti gli effetti il suo giornale di famiglia, comprato dal padre Eugene Meyer già negli anni 30 – dopo il suicidio del marito Philip Graham. Katherine e Philip erano parte attiva dell’alta società della Capitale, amici di gente come John e Jackie Kennedy, Robert McNamara, Henry Kissinger, Ronald e Nancy Reagan.

“The Post” è cinema classico da manuale, quel tipo di cinema in cui inquadrature, raccordi di montaggio, scene e sequenze costruiscono un racconto per immagini di limpida chiarezza, secondo regole compositive che ci sono così familiari da apparire ormai elementari: se un personaggio è in una posizione di potere lo vedremo inquadrato dal basso verso l’alto, se una scena contiene più personaggi, questi occuperanno lo spazio scenico e si muoveranno al suo interno secondo dinamiche drammatiche e narrative, perché stare sullo sfondo non è la stessa cosa che stare in primo piano, così come compiere un’azione non equivale a star fermi. Tutto semplice, tutto già abbondantemente sperimentato (dai cineasti) e assimilato (da noi spettatori) in oltre un secolo di cinema.

L’aspetto interessante di “The Post” è che usa il linguaggio del cinema classico americano per una messa in scena giocata su due piani: c’è la vicenda pubblica, quella dei Pentagon Papers, e c’è la vicenda personale di Kay Graham, che dopo una vita passata a ricoprire un ruolo subordinato come donna, figlia e moglie, deve prendersi la responsabilità di una decisione pesantissima, che avrà conseguenze definitive per la sua famiglia, per i colleghi e per la nazione tutta.

“The Post” diventa così non solo un film d’impegno civile che ricorda come la stampa debba “essere al servizio dei governati, non dei governatori”, ma anche un film sull’evoluzione delle dinamiche sociali e di genere, tanto nella sfera pubblica e professionale quanto in quella privata e familiare. Nella prima parte la Kay di Meryl Streep appare spesso fuori posto nel compiere azioni che la allontanano dalla dimensione domestica: lo percepiamo attraverso la recitazione dell’attrice (il disagio dissimulato che affiora sul volto, la postura intimidita in contrasto fortissimo con quella di Ben, che invece occupa lo spazio con veemenza e sicurezza) e lo percepiamo nel modo in cui Steven Spielberg colloca Kay nell’inquadratura, nel modo in cui il direttore della fotografia Janusz Kamiński la illumina (la rende visibile, letteralmente) e la costumista Ann Roth la veste.

Il ribaltamento di prospettiva arriva nel momento della scelta, quando Kay deve decidere se mandare in stampa il numero del Post che rende pubblici i contenuti dei Pentagon Papers: siamo in casa sua, Kay si muove in perfetta armonia con un ambiente caldo e luminoso dal quale non si sente respinta, e finisce finalmente per imporsi (è l’angolazione delle inquadrature che ce lo mostra, parallelamente ai dialoghi) sulle figure scure degli uomini lì riuniti. In questo discorso esposto in maniera prettamente cinematografica, ovvero con il semplice uso delle immagini in movimento, sulla (ri)appropriazione femminile degli spazi, rientrano anche il personaggio di Tony Bradlee, la moglie di Ben interpretata da Sarah Paulson, e quelle bambine che spuntano in un paio di momenti e che non bisogna fare l’errore di liquidare come ininfluenti. Perché la piccola venditrice di limonata che disturba scene dove gli adulti parlano di questioni importanti non sta lì per caso o solo come parentesi simpatica, così come la bimbetta in timorosa e silenziosa attesa che Ben le passi la palla. Ecco, potrebbe bastare la banale descrizione di questa azione apparentemente ininfluente – un uomo adulto che passa, o meglio restituisce, la palla a una giovanissima donna – per renderne chiara la portata evocativa.

“The Post” è fatto così: dice molte, moltissime cose mentre sembra impegnato a parlare di tutt’altro. Come il miglior cinema classico ha sempre fatto e, dimostra Spielberg con stupefacente naturalezza, può ancora fare.

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