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    The Quill

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The Quill, la conferma

4° lavoro in studio per i The Quill che segna un ulteriore passo avanti verso quello stoner/non-stoner (tanto nel calderone ci finiranno sempre!) che già ai tempi del precedente “Voodoo Caravan” (2001) stava acquisendo una sua particolare individualità. Muovendosi tra stoner rock di kyussiana memoria, attraverso pregevoli randellate di hard-blues-rock targato 70es, senza perdere di vista la lezione del grunge più intellettuale, i The Quill confermano in positivo il crescente interesse nei confronti della nuova Svezia dell’alternative-rock, visti i recenti consensi anche di gruppi come Dozer e Blind Dog.
“Hooray!” vuole e deve essere l’album dell’ennesima consacrazione per il quartetto (attivo ormai da una quindicina d’anni) e gli ingredienti per il successo ci sono tutti. A partire dall’egregia personalità acquisita dal singer Magnus, sempre più decisivo e irrinunciabile: la produzione pienamente catchy ma “spessa” di Daniel Bergstrand (In Flames, Meshuggah e SYL… che ci fa qua, direte voi!) ha infatti sancito il ruolo di primissimo piano della voce di Ekwall, capace veramente di avvolgere l’ascoltatore in suadenti e trascinanti melodie. Per non parlare del solito lavoro “sporco” del comprimario Carlsson che con i suoi killing-riffs mantiene ogni singolo momento dell’album a dei livelli di scarica adrenalinica altissimi. E la partenza è sensazionale, da manuale del rock.
Le prime tre song (“Spinning Around”, “Nothing Ever Changes” e “Come What May”) dimostrano tutta la maturità acquisita in questi duri anni di gavetta da parte dei The Quill: ritornelli che definire irresistibili è riduttivo, andamenti e ritmi dal groove sostenuto (in questo contribuisce l’ottimo drum-work di Jolle), emozione, sudore e brillantezza; un inizio mozzafiato che lascia decisamente entusiasti e fiduciosi. Le aspettative per il buon proseguimento dell’album non vengono disattese: “American Powder” e “Hammerhead”, tengono testa alla grande, grazie al loro flavour a tratti street, a tratti southern che rimandano direttamente alla più classica tradizione rock made in USA.
Anche le rimanenti song non deludono, a partire dalla movimentata “Giver”, passando dalla tristezza della lenta “Man Posed”, che nel finale esplode rabbiosamente in un turbinìo heavy-rock; procedendo infine per “Hand Full Of Flies”, dall’attacco orientaleggiante, canzone che farebbe l’invidia di un super-gruppo come gli Audioslave. Peccato per un paio di song leggermente sottotono, anche se, come per magia, pur sempre cantabilissime e divertenti: in “Too Close To The Sun” e in “Because I’m God” i titoli un altisonanti tradiscono parzialmente le attese.
“Hooray!” è semplicemente l’ideale per chi è alla ricerca di un hard-rock appassionante e ben variegato, cantato e suonato con le pallissime. Sperando che i quattro di Malmoe ogni nuovo album debbano sempre dimostrare qualcosa: se i risultati sono questi…

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