Home > Recensioni > The Raveonettes: Lust Lust Lust

Dalla carne all’anima?

Partono dalla carne per giungere all’anima, i Raveonettes. Che poi ci riescano davvero è tutto un altro paio di maniche. “Lust Lust Lust” (quarto in carriera) ha il pregio evidente di suonare smaccatamente perfetto: dodici canzoni che si rincorrono sul filo di un’emotività soffusa, mai convulsa o urlata in modo scriteriato, con melodie rarefatte e la sinuosa vocina dell’ammaliante Sune Rose Wagner a disegnare incisi tanto catchy da spiazzare chiunque.
Un’arma a doppio taglio, che se da un lato consegna ai critici una rivisitazione autoreferenziale di shoegaze (garage/noise?) di qualità, dall’altro deraglia nel manierismo puro e semplice.

Certo, il disco sforna ballate pregne di romanticismo decadente (“Black Satin”, “Blush”) e testi viscerali capaci di riconciliare con la retorica dei sentimenti anche i cuori più duri, ma quando il lettore laser inizia a passare su “You Want The Candy” e “Blitzed” si palesa impietosa l’ombra solo più infiorettata e posticcia dei bubblegum-girl-group anni ’60. Se il tutto non suonasse come una rivisitazione appena più moderna di Jesus And Mary Chain o certi Cocteau Twins, si potrebbe (quasi) a ragione gridare al miracolo discografico.

Chitarre taglienti e zanzarose, melodie melense e delicate, vocalità tra il malinconico e l’onirico, un bel compendio di archetipi “dream pop” tanto quadrati quanto privi di quell’urgenza comunicativa che ha reso grandi i padri del genere.
E il nodo diventa gordiano nella comparazione tra un singolo come “Dead Sound” e la conclusiva “The Best Dies”, talmente agli antipodi da non sembrare neanche episodi tratti dallo stesso album. Un album di facile ascolto e sicuro appeal, invero, ottima colonna sonora per momenti di vivace distrazione, ma la longevità vera va sicuramente in altra direzione che non sia il “guardarsi le scarpe” con aria furba e sorniona.

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