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The Real Thing!

Corre l’anno 1981: negli States, ed in particolare a San Francisco, cominciano a prendere corpo le prime onde di un movimento musicale che con le sue maree scuoterà in maniera violenta e rivoluzionaria il rock duro mondiale, ovvero il thrash metal. Poco più a sud, nel frattempo, il grande calderone musicale di Los Angeles sta per eruttare una creatura altrettanto virulenta, ovvero il glam/street di band variopinte ed irriverenti come i Mötley Crüe. E mentre sulla East Coast l’hardcore punk continua a vibrare i suoi colpi nell’underground newyorchese, il resto del mondo si gode i bagliori artificiali e pirotecnici del pop elettronico e le cavalcate terremotanti della NWOBHM. È proprio nella Bay Area, centro nevralgico del succitato movimento thrash, che un gruppo di eretici comincia a mescolare intuizioni assolutamente antipodali, apparentemente contraddittorie, con un’intraprendenza ai limiti della follia. Questi quattro eretici si chiamano Mike “the Man” Morris, Wade Worthington, William Gould e Mike Bordin. Sono i Faith No Man: una band che ascolta con attenzione praticamente qualsiasi cosa venga trasmessa nell’etere, e la rielabora secondo un inquietante e pericoloso gioco di innesti, trapianti, manipolazioni genetiche – dando vita pian piano ad una creatura nel cui corpo scorre sangue bastardo, frutto dello scontro tra idee rivali, almeno nella percezione della massa. Ed è così che nei primi vagiti della band due codici musicali tanto (paradossalmente, a conti fatti) conflittuali nella loro estetica come glam e thrash riescono a convivere senza decomporsi, bensì condividendo l’humus musicale in cui sono piantati con la musica elettronica ed il punk, con il rock’n’roll ed il pop. Ma il bello deve ancora venire. Registrato un demo di due tracce, che contiene “All Quiet in Heaven” e “Song of Liberty”, due brani piuttosto lineari, arrangiati con perizia e dotati di un sound decisamente superiore alla media dei promo dell’epoca, la band comincia subito a perdere i pezzi. I primi a mollare sono il tastierista Wade Worthington, subito rimpiazzato da Roddy Bottum, ed il cantante/chitarrista/mastermind Mike Morris. Qui il discorso si fa più complesso, perché i Faith No Man sono un’entità musicale fortemente dipendente dal creativo musicista. Le audizioni sono molte: alla sei corde viene reclutato il talentuoso James Martin (un chitarrista di estrazione heavy, che non mancherà in seguito di mostrare in maniera evidente le proprie connessioni con l’ambiente, musicale e umano, del thrash), dietro al microfono si avvicendano nel frattempo per brevi periodi numerosi aspiranti frontman. Tra questi, una giovanissima Courtney Love (sì, proprio lei…), che avrà anche una relazione con il neo-tastierista Bottum. I lavori procedono e, dopo un lungo periodo di instabilità ecco finalmente l’uomo giusto: si tratta di un singer mulatto, semi-sconosciuto, proveniente proprio dal sound più legato al punk west coast, Chuck Mosely. Si pone allora il problema del monicker: ‘the Man’ non c’è più…e la soluzione è proprio qui! ‘The Man is no more”, si dicono i cinque, e con una sostituzione che sa di logica aristotelica, i Faith No Man divengono Faith No More.
Nasce ufficialmente una delle band più influenti della storia del rock duro.
[PAGEBREAK] I neonati FnM incidono subito un nuovo demo su un 8 canali; nel frattempo il thrash è esploso, il glam pure, la NWOBHM è ormai una realtà consolidata: nel mercato delineatosi nella prima metà della decade sembra esserci ben poco spazio per una band inclassificabile come questa. Troppo poco metal, troppo poco pop, troppo ironici per piacere al pubblico più ‘arrabbiato’, troppo aggressivi per piacere a tutti gli altri – e soprattutto hanno un tastierista, figura vista in modo piuttosto critico dagli amanti del rock a quei tempi. Il demo tuttavia contiene degli highlights assoluti, come la bella “Greed”, ed una piccola etichetta di nome Mordam Records decide di scommettere sulla band, offrendole un contratto. Si arriva così alla pubblicazione del debut album, “We Care a Lot”, che nonostante la distribuzione molto frammentaria riceve recensioni discrete e soprattutto viene apprezzato da un numero di persone sufficiente a far suonare un campanello d’allarme negli uffici di un’etichetta ben più importante, la Slash. Il grande salto è dietro l’angolo: la Slash compra i diritti dell’album e lo ristampa, sovvenzionando anche la produzione del video del primo, storico singolo estratto, intitolato proprio “We Care a Lot”. Il video, piuttosto naif ma variopinto e accattivante, viene mandato in heavy rotation da una televisione musicale che sta vivendo in quegli anni un boom d’ascolti, MTV. L’album vende bene: i riff duri e graffianti intrigano numerosi headbangers, mentre le trame esotiche ordite dal tastierista smorzano l’impatto in maniera sufficiente a rendere l’album gradito anche presso quelle audience abituate alla musica elettronica o al pop-metal ruffiano di Europe e BonJovi. Il vigore ritmico e l’atipica voce suadente ed un po’ stonata di ‘Sexy’ Chuck fanno il resto. La label è soddisfatta, e nasce così un sodalizio che durerà fino alla fine della carriera del gruppo.
Il passo successivo è del 1987, e si intitola “Introduce Yourself”. L’album, che tra l’altro contiene una nuova versione di “We Care a Lot”, è decisamente più maturo e contiene brani che evidenziano in modo senz’altro più compiuto l’attitudine ibridativa e sperimentale dei Faith No More. Tra questi, si segnalano la sostenuta title track, sottilmente punk, e la bella “Anne’s Song”, per cui viene girato un nuovo video. La song in questione mette in mostra ancora di più l’abilità della band nel comporre brani che nel loro dipanarsi si trasformano con grande fluidità e naturalezza: ad una strofa di sapore hip-hop fa seguito infatti un refrain piuttosto pomposo, molto melodico, dal retrogusto epico. La band riprenderà proprio queste intuizioni nel comporre l’hit mondiale “Epic”.
L’album, insomma, vende bene, ed i Faith No More possono permettersi un tour che li porta fuori del territorio statunitense. Sembrerebbe l’avvio di una luminosa carriera, ma i primi problemi interni cominciano a minare la solidità della band. Sono in particolare i rapporti col singer a deteriorarsi: se già la situazione è scomoda, dato che Mosely vive lontano dal resto della band ed il processo compositivo vive su continue spedizioni di demo ed incisioni varie, la faccenda si fa ancora più grave quando gli eccessi che caratterizzano la vita di ‘Sexy’ Chuck cominciano a ridurre drasticamente le sue effettive capacità di performer. La decisione da prendere è una sola, e la band si ritrova nuovamente senza singer.
Dalle parti di Eureka nel frattempo è attiva una band dedita ad una forma piuttosto strana di ska/thrash, chiamata Mr. Bungle, nelle cui fila milita un teenager che oltre a possedere una buona voce, si fa apprezzare per le folli esibizioni live. Trattasi di Michael Alan Patton, classe 1968. Patton è un fan dei FnM, e Jim Martin ha modo di notare le doti del singer. Il chitarrista lo contatta e dopo un’audizione i giochi sono fatti: il giovanissimo cantante si trova proiettato all’interno di una realtà musicale di livello superiore.
[PAGEBREAK] La fase compositiva del nuovo album è già cominciata, ma occorre testare l’impatto del nuovo frontman sul pubblico, e mettere alla prova la coesione della band nelle esibizioni dal vivo. Per questo i FnM organizzano una serie di concerti ‘di warm-up’, prima di entrare in studio e dare un seguito a “Introduce Yourself”. Il feedback ottenuto da questa esperienza è ottimo: il pubblico ha digerito bene il cambio di line-up, e soprattutto pare che anche i vecchi brani conseguano nuovo smalto dalla ‘cura Patton’. Dal vivo infatti pezzi belli ma forse un po’ inconcludenti come “Chinese Arithmetic” o “The Crab Song” vengono totalmente rivitalizzati dall’interpretazione del nuovo entrato, che oltre a mostrare una tecnica vocale di tutto rispetto (e una voce intrinsecamente migliore di quella del suo predecessore), si lancia in esibizioni teatrali e sorprendenti, colorite di piacevole demenzialità e debordante fisicità. I FnM, insomma, possono entrare in studio sereni e fiduciosi.

Il 1989 è l’anno cruciale: nuova release & nuovo cantante. Tra l’altro si tratta della famigerata “prova del terzo album”: spesso si dice che la terza release di una band sia quella in grado di indicare il vero valore della proposta musicale. Molte band promettenti hanno fallito miseramente, pubblicando album deludenti (chi ha detto Crimson Glory?), mentre i grandissimi hanno spesso fatto coincidere la loro terza uscita con l’album più bello e/o rappresentativo (basti pensare ai Metallica con “Master of Puppets” o ai Maiden con “The Number of the Beast”). I FnM, senza battere ciglio, piazzano un colpo da KO di dimensioni epocali. “The Real Thing”, questo il programmatico titolo dell’album, è un capolavoro, i singoli estratti vanno fortissimo, da “From Out of Nowhere” a “Surprise! You’re Dead”, e la band parte per un esaltante tour mondiale. Le vendite sono esaltanti ed i premi si sprecano, dal disco di platino all’Award di MTV come miglior Heavy Metal Act. “Epic”, il singolo più noto, rimane incastonato nelle teste dei fan, tanto da risultare in futuro il brano più conosciuto ed amato in assoluto della band (con l’esclusione forse dell’ubiqua cover di “Easy” pubblicata nel’92). Le riviste del settore fanno a gara per accaparrarsi copertine ed interviste, e la figura del vincitore la fa proprio il giovane Patton, che in un periodo in cui spopolano i Guns’n’Roses, si permette di citarli a più riprese e trasformarne l’insegnamento in materia profondamente personale, in virtù principalmente di uno spessore culturale di tutto rispetto.
L’entità FnM è comunque qualcosa di ben più complesso e stratificato, a partire dalla massiccia dose di ironia che caratterizza i testi, fino alla demenzialità totale dei video (guardatevi “Surprise!…” o l’autoparodia di “Falling to Pieces”, con i membri della band che si scimmiottano a vicenda – esilarante Bordin che, travestito Jim Martin, si presenta con una mastodontica ‘panza’ di gommapiuma), passando per il background variegatissimo dei vari componenti del gruppo. I singoli membri sono infatti grandi consumatori di musica di vario genere (Patton lavorava come commesso in un negozio di dischi, e ha spesso fatto notare come il primo album comprato fu una colonna sonora, quella di Star Wars) e non mancano di mostrarlo in vari modi: prima di tutto con la strepitosa cover di “WarPigs” dei Sabbath (paradossalmente il drummer finirà poi per suonare proprio con Ozzy), quindi con le varie cover proposte in sede live, da “Vision of Love” di Mariah Carey (incredibile – e questo la dice lunga sul talento di Patton) fino a brani dei Public Enemy o dei Metallica. Tra queste cover una sembra funzionare particolarmente bene: si tratta di “Easy” di Lionel Ritchie, che la band propone dal vivo in alcune date nei primi ’90…

I tour nel biennio successivo a “The Real Thing” sono estenuanti e ricchi di gratificazioni: la band rimbalza dall’Europa (memorabile un live a Bologna nel’90) all’Oceania (teatro di una delle esperienze mediatiche più divertenti: l’esperienza del bungee jumping, durante la quale un sempre più funambolico Patton si denuda in volo…), condividendo il palco con gruppi blasonati come ad esempio i Killing Joke – con cui i rapporti saranno nel tempo abbastanza frequenti, tanto da avvalorare l’ipotesi, nel 1994, dell’ingresso in formazione di Geordie Walker in sostituzone del defezionario Martin. Un tale successo va immortalato, ed ecco che viene immesso sul mercato l’interessante “Live at the Brixton Academy”, cui fa da compendio la VHS “You Fat B**tards”. La qualità è buona, e l’album vende piuttosto bene, anche in virtù della presenza, tra i solchi del CD, di due studio filler. Come precisato in sede di recensione i titoli non sono invertiti come si vocifera. “The Grade” è un buon brano, ma “The Cowboy Song” è tutto fuorché un semplice filler, tanto che troverà a volte spazio anche negli infuocati live set del gruppo.
[PAGEBREAK] Nel frattempo i vari membri della band danno sfogo alla propria creatività nei modi più disparati, mettendo in piedi side-projects e collaborazioni varie, che avranno nel corso degli anni sviluppi più o meno di successo. Tra i più attivi in questo periodo sono proprio il singer ed il barbuto chitarrista Jim Martin. Quest’ultimo collabora con alcuni progetti thrash della bay-area, mentre Patton si toglie la soddisfazione di pubblicare il debut album dei Mr. Bungle (autointitolato). Stroncato dalla critica, questo strano miscuglio tra funk, metal e jazz rimane tutt’oggi uno dei più strampalati esempi di crossover totale mai messi in commercio, e contiene ottimi brani come la delirante “Squeeze Me Maccaroni”. Nei Mr.Bungle tra l’altro il singer (che si firma demenzialmente ‘Vlad Drac’ nei credits) mette ancora più in luce quelle bizzarrie che verranno fuori pian piano sia sul versante musicale che su quello umano, alimentando pagine e pagine di gossip tra i giornali delle testate musical-scandalistiche – come ad esempio una certa fascinazione per la pornografia, o uno strano rapporto con i ‘rifiuti organici’.
I tempi sono comunque maturi per la stesura di nuovo materiale ed il successore di “The Real Thing” è alle porte.

Siamo nel 1992 ed il grunge ha monopolizzato i media. C’è rimasto ben poco metal propriamente detto in giro, e tutti fanno a gara per imitare Nirvana, Soundgarden e compagnia cantante. I Faith No More no. Pur risentendo dell’atmosfera cupa e carica di ‘teen angst’ (l’ilarità dei capitoli precedenti diviene un pallido ricordo), i nostri danno alle stampe un album maturo e composito come “Angel Dust”. Già dalla copertina si intuisce che qualcosa è cambiato: i FnM sono diventati una band chiaramente provocatoria, e l’idea di un titolo che fa riferimento ad un noto stupefacente lo prova con forza. D’altra parte, specificheranno i membri a posteriori, la scelta è puramente formale: il sintagma suonava molto bene, e soprattutto creava un contrasto stridente (e quindi di grande effetto) con l’elegante e patinata immagine del bianco volatile su velluto blu. In tema di contrasti, poi, come non notare il retro – una foto di un magazzino di macelleria, con carcasse appese ovunque? Sul piano musicale il salto è quantico: le influenze si estendono ulteriormente, e si comprimono in un sound violento, futurista a tratti, carico di pathos, sprezzante. Il singolo principale, “Midlife Crisis” è da applausi, mentre “A Small Victory” gode di un video tanto disturbante quanto efficace. Le – poche – note divertenti vengono fuori nel clip di “Everything’s Ruined”, una sorta di B-video in cui i vari membri fanno gli idioti nei modi più disparati. Ma alla prospettiva musicale si sostituisce presto, tra le pagine dei giornali, una grossa attenzione alle dicerie. Vengono fuori le prime voci di scioglimento, avvalorate anche dall’impegno di Roddy Bottum con i suoi Imperial Teen, band in cui il tastierista suona la chitarra e canta. Ci sono però fatti ben più inquietanti dietro queste voci: i FnM sono ormai delle rockstar, ed alcuni membri rilasciano dichiarazioni che fanno scalpore. Primo fra tutti nuovamente il tastierista, che confessa in rapida successione la sua omosessualità (sarà stata colpa di Courtney Love?) e quindi la sua passata dipendenza dall’eroina. Da lì in poi, apriti cielo, con le follie della band a farla da padrone ovunque. Patton prima finisce in cella per aver lasciato un ‘ricordino’ sugli scalini di Buckingham Palace (da lì la sua fobie per le carceri – in un’intervista ad un giornale inglese confesserà che la sua più grande paura è proprio quella di finire in gattabuia…), quindi durante un concerto si recide i tendini della mano sinistra in uno dei suoi consueti accessi di follia motoria (e questo gli darà la sua consueta posa con la mano leggermente tesa che possiamo vedere spesso nei suoi video, in primis nell’esibizione dal vivo di “This Guy’s In Love with You”). Gould comincia a collaborare con i loschissimi Brujeria, mentre Martin sembra ormai in aperto conflitto con la band tutta. A questo proposito nel ’95 Mike Patton dichiarerà a Metal Shock che in quegli anni si viveva come ‘in guerra fredda’, e che il guitar player era una ‘presenza scomoda ed ingombrante’, del tutto ‘estranea al resto della band’. Dal vivo poi si consumano degli eventi davvero apocalittici (!). Alcuni esempi, giusto per far capire l’indole polemica e provocatoria della band (e del singer in primis). Concerto negli States: Patton, conscio della massiccia presenza di mormoni tra la popolazione dello stato in cui stanno suonando, si lancia in una serie di affermazioni spericolate, prendendo in giro la suddetta fascia religiosa. Risultato: sul palco piove di tutto, ed il concerto andrà avanti così, in una sorta di guerra continua. Quindi, durante il tour con Guns e Soundgarden, che tocca pure l’Italia (presentando tra l’altro la band in un ottimo stato di forma), Patton piglia in giro anche Axl Rose, sia sul palco che in sede di intervista (“I Guns? They suck, ma questo lo sanno tutti, no?”…). E giù, polemiche a non finire (nota: la questione ha tale rilievo che in Germania viene pubblicato un bootleg nella cui copertina è incluso uno sticker che riporta una delle improponibili frasi che sarebbero state proferite dal singer…). Il passo successivo è ancora più demenziale: in tour coi Poison, Patton fa delle strane rivelazioni sulla presunta omosessualità di Michaels e soci. Risultato: fuga del singer di Eureka, con tutta la cotonatissima band dietro che vuole ‘dirgliene quattro’…Riguardo a questo episodio la band getterà poi acqua sul fuoco, facendo notare come le frasi dette fossero soltanto scherzose, dato che proprio tra le fila dei FnM c’è un gay dichiarato e Patton è tutto fuorchè un ‘machista’.
I giornali vanno a nozze (senza contare le interviste totalmente fuori di testa rilasciate dal singer, che stupisce tutti autoaddebitandosi vizi ed eccessi di ogni tipo – anche quelli impossibili e chiaramente demenziali) e il campo si apre ai sensazionalismi: alcool, devianze, droga…chissà quante ne deve combinare il singer! In realtà lo stesso Patton dichiara ai giornali attoniti di non essere un consumatore di stupefacenti, ma di indulgere soltanto nel consumo smodato di caffeina (da cui il brano “Caffeine”, di cui, tra l’altro, esiste anche una stralunata versione ‘techno’, intitolata “Engove”, inclusa nel secondo volume della compilation “Metallurgy”), tanto da essersi sottoposto volontariamente in passato ad un esperimento di resistenza al sonno, proprio con l’ausilio del diffuso stimolante.
[PAGEBREAK] Per fortuna ci pensa la musica a mettere tutti d’accordo, e nonostante le critiche contrastanti piovute su “Angel Dust” (capolavoro per alcuni, mezza delusione per altri), dal vivo la band si mostra ancora più che valida: strepitosa la devastante performance live offerta negli studi di MTV (“Caffeine” la trovate nella videocassetta “Who Cares a Lot”), ottimi i tour di supporto, in cui diventano sempre di più spumeggianti le sorprese (“Creeping Death” dei ‘Tallica, “Outshined” dei Soundgarden, tra le altre), mentre l’attitudine della band si fa sempre più violenta ed aggressiva, con il rumorista Patton che canta ai limiti del growl.

È tuttavia in studio che succedono le cose più interessanti: viene immessa sul mercato una VHS di video, intitolata “Video Croissant”, oggi introvabile; la band partecipa alla colonna sonora del film “Bill & Ted’s Bogus Journey” (Martin ha anche un piccolo ruolo) con il brano “The Perfect Crime” (reperibile nella recente raccolta “That Hits”), mentre un paio d’anni dopo (priva di “Big Sick Ugly” Jim Martin – le chitarre sono a cura di Billy Gould) incide un brano con i Boo Yaa Tribe (band hip hop) per il film “Judgement Nights”. Il brano in questione si intitola “Another Body Murdered” e mostra Mike Patton alle prese con una delle sue attività preferite, ovvero urlare come un disperato, cosa che d’ora in poi caratterizzerà non poco la sua cifra stilistica (dichiarerà in sede d’intervista di sognare di poter incidere un album senza testi).
Last but not least, va ricordato che poco dopo la prima release di “Angel Dust” viene pubblicata una seconda versione dell’album, contenente un brano tratto dall’EP “Songs to Make Love To”: “Easy”, di Lionel Ritchie. La versione dei FnM si rivela di gran lunga più bella di quella originale, e l’airplay concesso al brano è mastodontico. L’effetto boomerang sta nel fatto che fuori degli ambienti hard&heavy i FnM vedono tutta la loro produzione spazzata via da quel maledetto singolo, venendo irrimediabilmente legati a quella release.

Giungiamo così alla fine del ’93: la band, stanca dei conflitti interni, silura definitvamente Jim Martin, rimanendo senza chitarrista. Sarà in un certo senso l’inizio della fine. Le cose infatti si fanno complicate e trovare un sostituto si rivela molto difficile. Patton dichiarerà a Metal Shock (’97) che il problema stava nelle esigenze dei 4 membri rimasti: i chitarristi sono generalmente molto egocentrici e credono che tutto il rock duro sia incentrato sulle chitarre, mentre i FnM hanno l’abitudine di comporre i pezzi ed inserirvi le chitarre in un secondo momento. Parole sue. Fatto sta che, mentre Bordin comincia a collaborare con Ozzy Osbourne (nota di colore: a Donington ’96 il buon ‘Puffy’ Bordin sbaglierà clamorosamente l’attacco di un brano, facendo una magra figura e beccandosi un’enorme secchiata d’acqua dal Madman. Sapete di che brano si trattava? Ecco, esatto: “Warpigs”…), alle voci di reclutamento del chitarrista dei Killing Joke fa seguito l’ingresso in formazione di Trey Spruance, già alla sei corde nei Mr. Bungle. Non durerà molto, dato che per motivi personali sceglierà di non partire per il tour.
Tra una difficoltà e l’altra comunque vede la luce il nuovo album. “King for a Day…Fool for a Lifetime”, questo è il titolo del platter: quattordici brani per un totale di 75 minuti di musica. I FnM hanno fatto le cose in grande. La maggioranza dei critici si lancia in lodi sperticate, celebrando il ritorno della band ai fasti del passato, ma ci sono anche alcune voci fuori dal coro. In ogni caso il disco è piuttosto differente dal solito: le influenze sono molteplici, ma molto più destrutturate. Il risultato è una serie di brani estremamente eterogenea. Patton ora riveste un ruolo ancora più importante nella composizione (per la prima volta compaiono brani interamente suoi, come l’opener “Get Out”), e la cosa si sente. Il singer è infatti il più intenzionato, nella band, a scostarsi dai classici clichè metal (“Ci sono tanti generi di musica divertente, ma il metal…per favore! Ci sono veramente poche band in grado di fare buona musica metal oggi come oggi!”), e la sua maturazione tecnica ed artistica, che lo porta di li a poco a collaborare con John Zorn, pubblicando pure un album solista ai limiti dell’ascoltabile (solo voce ed effetti, per una quarantina di tracce rumoristiche assolutamente lancinanti), si traduce in una istintualità interpretativa debordante. “Arriva in studio, si mette dietro al microfono, urla, fa un gran casino, ma alla fine trova sempre delle idee eccellenti”, dicono i suoi compagni a proposito del suo apporto al processo di registrazione dei brani. Anche i testi sono sempre più criptici, e prende forma la notevole attitudine cosmopolita della band: Gould suona appunto coi Brujeria (centroamericani), mentre Patton, che si cimenta pure in un breve fraseggio in portoghese su “Caralho Voador”, trova addirittura il tempo di sposarsi con una ragazza italiana (Patton conosce bene i costumi del belpaese, di cui adora, tra le altre cose, Totò, “Fuori Orario” e le orecchiette…), comprandosi anche una casa nello stivale. Si ritrova quindi in dose più misurata l’ironia sarcastica dei vecchi tempi: “Take this Bottle” è dedicata – pare – ai Guns, mentre “Caralho Voador” (traducete un po’…) è una acre presa in giro rivolta all’insegna di un piccolo boss economico.
[PAGEBREAK] Tornando agli aspetti più superficiali dell’album, va detto che “KfaD” vende piuttosto bene, pur non tornando ai livelli del passato. Sono soprattutto i due singoli estratti dall’album a ottenere consensi: “Evidence” è una ballad ruffiana, in puro stile George Michael, che viene pure pubblicata in una singolare versione spagnola, mentre grande successo ha la diretta “Digging the Grave” (piuttosto anonimo il video), che sfrutta la scia aperta dal pop-punk di band quali Green Day e Offspring. Come si intuisce dai continui paragoni, in “KfaD” pare che siano 14 diverse band a suonare – ma di questo sono più che consapevoli i cinque musicisti, se è vero che nelle tracklist date alla stampa in anteprima compaiono titoli provvisori come “The Kool and the Gang Song” (“Star A.D.”) e “The Gospel Song” (“Just a Man”).
Viene quindi il momento del tour mondiale. La band recluta l’ex roadie e chitarrista dei Duh! Dean Menta (discreto, ma massacrerà a più riprese lo splendido assolo di “Easy”) e parte. Il tour tocca stati sempre più esotici, dall’Europa dell’est al Brasile (nazione con cui Patton ha più di un legame, dall’amicizia con Gordo dei Ratos de Porao, alla collaborazione coi Sepultura su “Lookaway” da “Roots”), portando ovunque una band sempre più consapevole dei propri mezzi. I concerti sono sempre più compatti, e nonostante l’attitudine a-là Pantera della band, il rumorismo si assottiglia leggermente lasciando spazio ad interpreazioni più melodiche. I nostri fanno tappa anche a Sonoria (’95), per un’esibizione che vede il cantante mostrare una notevole conoscenza dell’Italiano (“Ma dai faccio io capellone di m***a!”…rivolto ad un roadie colpevole di non essere riuscito a risolvere dei problemi tecnici sul palco). L’esibizione all’Alcatraz poi è da brivido: non contenti di aver proposto in passato brani storici come “Let’s Lynch the Landlord” dei Dead Kennedys e “Glory Box” dei Portishead, a fianco della tremenda “Back for Good” det Take That, i nostri stupiscono tutti attaccando le note della hit di quell’anno “Zombie” (Cranberries). Non solo (!): Patton si infila il cappellino, lo gira e urla: “Adesso faccio Fiorellino! Karaoke!”, e chiama sul palco una ragazza a cantare con lui. Assurdo.

Nel frattempo al povero Martin stanno probabilmente fischiando le orecchie, dato che a parte qualche piccolo progetto (come quello che vede coinvolto un dj di Frisco e che si occupa di ‘metallizzare’ ogni brano di altro genere…), il mondo musicale sembra essersi dimenticato di lui (nonostante presti la sua opera ai fenomenali VoodooCult di Waldemar Sorychta, band in cui si sono avvicendati anche Dave Lombardo, Mille Petrozza e Chuck Schuldiner).
Finito il tour i FnM finiscono in uno stato di irreale ibernazione. Menta è fuori dalla band, e siamo punto e a capo. Tutti trovano qualcosa di meglio da fare: Gould collabora con vari gruppi, gli Imperial Teen di Bottum pubblicano il loro debut, Bordin suona ormai in pianta stabile con Ozzy Osbourne. Mike Patton fa di tutto: oltre al primo album solista (“Adult Theme for Voice”), dà alle stampe anche il secondo full length dei Mr. Bungle, “Disco Volante”, album di una libertà stilistica sconvolgente, collabora coi Sepultura e – si dice – con gli stessi Brujeria. Si vede che il ragazzo ha voglia di fare!
I giornali li danno ormai per spacciati, ed in effetti nel biennio ’96/’97 si sente parlare piuttosto poco della band californiana. È però solo questione di tempo: ricaricate le batterie con questo periodo di pausa, i quattro musicisti si rimettono all’opera, reclutando un nuovo axeman. Il neo-entrato si chiama John Hudson, ed è membro dei System Collapse. La band, ora completa, si chiude in studio nei primi mesi del ’97 con l’ingegnere del suono Roli Mosimann (proveniente dall’elettronica) – anche se il grosso del lavoro verrà svolto da Patton e Gould. Molti alzano un sopracciglio: da Matt Wallace, all’altro Wallace, Andy (Sepultura, Nirvana), ci si era sempre rivolti a fonici di estrazione rock o metal: come mai questa inversione di tendenza? La risposta è chiara, e si intitola “Album of the Year” (Bordin confessa: “Tante volte ci siamo detti quanto sarebbe stato stupido pubblicare un CD e chiamarlo ‘L’album migliore di sempre’ o giù di lì. Be’, l’abbiamo fatto…”). La nuova release è un platter ‘adulto’, compassato a tratti, molto meno livoroso rispetto ai precedenti, e forse più vario anche in una prospettiva trans-genere. Ciò non toglie che non sia all’altezza dei capolavori della band. Lode comunque all’onestà dei Faith No More, che mettono insieme una manciata di buoni brani seguendo esclusivamente il proprio istinto. I singoli estratti sono tutti davvero ottimi, in primis “Last Cup of Sorrow”, promosso da un video assolutamente imperdibile, in cui la band si lancia in una grottesca rivisitazione del capolavoro di Hitchcock “La donna che visse due volte”. A proposito del brano in questione il boss della label dei FnM afferma entusiasta che ‘ha lo stessa magia di “We Care a Lot”‘. Patton risponde, polemico, dalle pagine della stampa italiana: “Ma non ha nient’altro da dire?”. I fan dello zoccolo duro storcono un po’ la bocca, piuttosto perplessi di fronte a soluzioni atipiche come quella della batteria elettronica in apertura di “Stripsearch”, ma al di fuori degli ambienti rock e metal tantissime persone rimangono stregate dal fascino altero di una song come “Ashes to Ashes”. L’eleganza del brano è incredibile e ad essa fa compagnia una notevole ‘inversione di tendenza’ estetica del gruppo. Ripulitisi dall’aspetto rough e selvaggio che li ha caratterizzati negli ultimi anni, i FnM decidono di dare un corpo visuale alla maggior ricercatezza artistica della loro proposta musicale. La band pare ‘cresciuta’, ed ecco che fanno capolino abiti eleganti, camicie di lino, pettinature da gentlemen. Così agghindati, i Faith No More partono per l’ennesimo tour mondiale.
[PAGEBREAK] L’efficacia della band dal vivo ha raggiunto livelli spaventosi, e tocca probabilmente il proprio vertice durante un concerto in Australia (trasmesso integralmente da MTV Europa): tra i classici della band fa capolino anche un brano di Burt Bacharach, “This Guy’s In Love With You”. Ancora una volta i FnM danno una seria lezione alla versione originale dell’hit, regalando una prova di rara intensità, con un Patton a stregare il pubblico con una qualità vocale di livello assoluto. Il singer ci aveva abituati sia alle grandi prove (“I Started a Joke”, dal vivo in Germania, è incredibile), sia alle scelte assurde (coverizzare “Barbie Girl” degli Aqua sembrava troppo per chiunque, ma non per lui), ma in Australia si è davvero superato.
Sembra arrivato finalmente il momento della stabilità interna per la band, dopo anni e anni di maretta. Ma come un fulmine a ciel sereno, alla fine del ’97 arriva l’annuncio ufficiale della band: i Faith No More non esistono più.
Tutti si interrogano sull’accaduto: cominciano a circolare voci secondo cui il principale responsabile dello split sarebbe il drummer (“Puffy [chiarimento: il soprannome 'Puffy' deriva dai capelli 'vaporosi'...] started it all!”, scrivono alcuni siti), ansioso di dedicare più tempo alla sua esperienza con Ozzy. Billy Gould, da sempre ‘elemento stabilizzatore’ della band, smentisce immediatamente tutto, facendo notare come dopo quindici anni di carriera il gruppo sia semplicemente giunto ad un naturale capolinea. Le divergenze artistiche d’altra parte si sprecavano, e le gratificazioni economiche e ‘di pubblico’ non potevano ovviamente più bastare ad una band di tale grandezza per andare avanti. La scelta è in fin dei conti condivisibile: meglio chiudere subito che trascinarsi per mesi o anni avendo perso il mordente e la coesione interna.

Mentre tutti i membri trovano nuovi impegni – il più attivo è Patton, che fonda un’etichetta, la Ipecac (nome di una lavanda gastrica), ed i Fantomas con Dave Lombardo e Buzz Osbourne dei Melvins (memorabile un concerto di prova negli States, con tanto di cover di “Angel of Death”) – la label si adopera per mettere sul mercato l’immancabile greatest hits. Tra tutti i singoli e le varie registrazioni secondarie o live ci dovrebbe essere un sacco di materiale disponibile, sufficiente anche a produrre un cofanetto decisamente appetitoso. Billy Gould, intervistato, afferma che è al vaglio l’ipotesi di una doppia release: prima un greatest hits, quindi un album (forse addirittura doppio) di rarità e b-sides. I fan sono in fermento, l’album è atteso con ansia, e le parole di Gould fanno pregustare

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