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The Rise and Fall of the Clash

The Rise and Fall of the Clash: l’ascesa e la caduta, un processo irreversibile a cui noi, vecchi ed instancabili amanti di quel primordiale miscuglio di sangue sudore e feedback meglio conosciuto con il nome di rock n’ roll, abbiamo assistito impotentemente fin troppe volte.

D’altronde quando grandi personalità dotate di immane talento e ambizione (proporzionati al loro ego) devono per forza di cose affrontare la mastodontica macchina dello showbiz, non è raro che ne escano con le ossa rotte e, credetemi, è sempre un processo estremamente doloroso.

Il giovane filmmaker Danny Garcia, tramite le testimonianze di persone coinvolte direttamente — soprattutto Mick Jones, e i due chitarristi che in seguito lo sostituirono —  ed indirettamente nell’epopea dei Clash, cerca di ricostruire le modalità di questo ineluttabile processo di autodistruzione. Il periodo preso in analisi è un momento cruciale: il 1980.

I Clash, nel giro di pochi anni, dopo essere stati alfieri del punk nella sua versione politica e propositiva (in contrapposizione al nichilismo propagato dai Sex Pistols), avevano evoluto il loro linguaggio ibridando generi ed influenze che partivano dalle isole caraibiche fino a giungere al Tennessee, passando per i tumulti di Brixton. Il rock era letteralmente rinato dalle sue ceneri con la pietra miliare “London Calling” e con quel monolite di sperimentalismo e ricerca filologica che era “Sandinista“. Ma la ricerca sonora si era spinta fin troppo oltre ed il grande pubblico faticava a seguire i passi da gigante di questi geniali ragazzi. C’era bisogno di un ritorno alle origini, ed è qui fa la sua comparsa la figura di Bernie Rhodes, il vero “antagonista” della pellicola.

Nei primi anni del furore punk, Rhodes fu per i Clash ciò che Malcolm Mclaren fu per i Sex Pistols: non solo il manager, ma anche la guida ideologica, politica ed estetica. Il suo ritorno in cabina di comando fruttò alla band il suo più grosso successo commerciale (l’album Combat Rock), ma allo stesso tempo le sue manie di grandezza e di controllo portarono prima al deterioramento dei rapporti tra Joe Strummer e Mick Jones, (con la definitiva defezione di quest’ ultimo), poi al definitivo declino suggellato dal terribile Cut the crap, vera e propria pietra tombale di un percorso che aveva portato la band dei Clash ad essere definita da molti come “the one that counts”

Il percorso di ascesa e declino di una delle più grandi rock n’ roll band di tutti i tempi è per definizione interessante. La narrazione, che alterna filmati di repertorio ad interviste realizzate ad hoc (come da classica tradizione nei rockumentaries), è avvincente e si avvale di un buon montaggio.

I leitmotiv dell’epopea rock ci sono tutti: due forti personalità in contrasto ( il conflitto Jones/Strummer non ha nulla da invidiare ai vari Lennon/McCartney, Jagger/Richards e via dicendo…), un batterista geniale ma con forti problemi di droga (Topper Headon), un manager-deus ex machina che vuole imporre la sua visione, e le inevitabili croci e delizie che comportano il successo planetario per una band che vuole rimanere fedele ai propri principi.

C’è da dire però che, vista la specificità del periodo trattato ed il poco spazio riservato al periodo pre-“Combat Rock”, sconsiglierei la visione ai neofiti in materia, ed inoltre, vista l’assenza di voci importanti quali Paul Simonon o lo stesso Bernie Rhodes (che viene dipinto come il cattivo della situazione), manca un giusto contraddittorio.

Ciò fa di “The Rise and Fall of the Clash ” un documentario a tesi, tesi che può essere condivisibile o meno.

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