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The Rock’n’Roll Kamikazes: Paracadute chiuso

Nuovi geniti di esperienze musicali navigate, The Rock’n’Roll Kamikazes ci sbaragliano con la loro predilezione per il suicidio (non quello vero, bensì figurato) e per lo swing rockeggiante.

Tre, due, uno… Si parte.

Dopo il vissuto di The Hormonauts, riecco Andy Macfarlane. A cosa è dovuto questo grande ritorno e come si è formato il quartetto?
Ho venduto l’anima al diavolo anni fa e sarò costretto a suonare rock’n’roll per il resto della mia vita. Mica male.
Il quartetto è composto da tre carissimi amici (cercavo quelli più economici!) e me. Peppe alla batteria è il mio compagno di busking da quindici anni ormai, da Giulianova a Parigi abbiamo suonato su palchi e asfalti dappertutto! Guy, frontman di Guy e gli Specialisti, è un altro incontro stradale: ci siamo beccati nel ’94 a Ferrara Buskers e sedici anni dopo abbiamo formato un gruppo. Siamo lenti. Nicolò Fiori al contrabbasso è il nostro amico giovane e baffuto che swinga niente male, nonostante la crescita di peli sotto il naso.

In origine i kamikaze erano piloti suicidi della Marina Giapponese: chi ha creato il nome del gruppo e perché?
Il nostro amico Luca “Saus/Sabba/Sabbadoni/Sid” Casadei ci ha donato l’idea per il nome. Diamo la nostra vita per il rock’n’roll!
Ci siamo chiesti “Qual è il segreto del successo di Buddy Holly, Eddie Cochrane, Bill Hailey, Ritchie Valence e The Big Bopper? Tutti morti in aereo!”. Allora arriviamo direttamente al dunque!

È forse legato a un particolare episodio di cui siete stati protagonisti?
Niente in particolare, ci piaceva l’idea d’essere Kamikazes, ovvero artisti legati fortemente alla nostra musica/fede e pronti a morire per portarla alla gente. Kamikazes perché esplodiamo in pubblico! Una gran cazzata dai!

La copertina del disco attira alquanto l’attenzione. Da dove proviene il germoglio dell’idea iniziale e chi ha concretizzato il progetto grafico?
La dobbiamo al grande Andreaground, il grafico dello Blitz Studio. È una garanzia: non ho mai visto una brutta copertina fatta da lui…tutte bellissime! Abbiamo scattato le foto a casa mia e ad un concerto vicino Rimini, poi abbiamo lasciato carta bianca a lui perché le “fondesse” con la grafica.

Durante le registrazioni avete tratto ispirazione da qualche personaggio/ensemble del passato oppure tuttora esistente?
Abbiamo tante influenze dal passato, tra cui Wynonie Harris, Chuck Berry, Little Richard. Forse il più ovvio è un riff di chitarra alla Eddie Cochrane nella canzone “Thinking Man’s Woman”. Musicisti moderni che ci spirano? JD McPherson, Nick Curran, The Legendary Shack Shakers sono i primi a venirmi in mente.

Potreste fornirci un elenco con tanto di spiegazione per ciascuna influenza?
Wynonie Harris per le sue urlate rockin’ blues; Chuck Berry perché lui È il re del rock’n’roll; Little Richard, al contrario, perché era la regina del rock’n’roll; Nick Curran perché è un punk che suona rythm ‘n’ blues come si deve e perché porta alla luce un mondo di musica ante-Elvis. Un rock’n’roll afroamericano che esisteva e rockeggiava prima che i bianchi lo rubassero, insomma!

La vostra musica è fortemente ancorata ai ritmi swing, rockabilly e jazz. Nella vostra esperienza personale, come siete venuti a contatto con tali generi?
È una passione, è un ritmo contagioso e un look affascinante. Da giovane punk vedevo il rock’n’roll come il punk degli anni ’50: era pericoloso e rivoluzionario e, per quanto fosse stato fin da subito assorbito dentro al sistema, ha unito bianchi e neri in un’America dove comandava la discriminazione razziale. Poi è semplice da suonare!

Credete in un loro ulteriore sviluppo futuro o questi generi son destinati a essere sempre più relegati a mercati di nicchia?
Mi auguro che torni sempre in voga ogni tanto. Noto che il look “rockabilly” è abbastanza diffuso tra giovani alternativi e questo fatto mi fa piacere. Purtroppo, nel panorama attuale, ci sono anche coloro che lamentano i nuovi arrivi… Ma che due palle, senza gioventù la scena morirà. Amo la musica degli anni Quaranta e Cinquanta e amo il cambiamento!

L’Italia, un tempo terra di cantautori seri e professionali, ora teatro di prevalenze pop e mainstream. Che opinione avete dello scenario musicale italiano odierno?
Non so che dire, si vede che non contestualizzo la musica in scene e panorami. La musica riflette la cultura in generale e adesso stiamo uscendo (spero) da un momento culturalmente vuoto. L’egemonia del Berlusconismo ha creato una mediocrità generale.

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C’è un vostro artista favorito al momento?
Personalmente mi piacciono molto Il Pan Del Diavolo, un duo siciliano con due chitarre acustiche e una gran cassa. Quasi un rock’n’roll acustico, scuro e ironico.
Un altro grande frontman è Pierpaolo dei Teatro Degli Orrori: come vedere David Bowie e Ian Curtis accompagnato da uno tsunami di chitarre violente.
Inoltre Yeppa, i Rekkiabilly e Swing-core da Bari, divertenti, capacissimi e carissimi amici (anche il loro contrabbassista ha i baffi).
Aggiungo pure la mia morosa, i.e. la cantautrice Roberta Carrieri- so che sono di parte, ma ha una voce spettacolare e intima allo stesso tempo!

Nei vostri testi non si accenna mai esplicitamente al contesto politico. È una scelta voluta per mantenervi imparziali oppure avete le idee chiare ma la vostra musica non intende esprimerle?
Noi abbiamo le idee chiarissime e libertarie, ma in questo disco non mi è venuto da dire nulla. Da una parte credo che la musica nostra venga in aiuto della gente perché si possa sfogare. È per portare gioia.
Chissà scriverò qualcosa di più impegnato nel prossimo disco.

Infine, se dovesse scatenarsi una Terza Guerra Mondiale (non ce lo auguriamo), quale oggetto decidereste di conservare prima della fuga e perché?
Il mio Gohonzon. Sono buddista e vorrei avere sempre la pergamena davanti alla quale poter recitare il Nam Myo Ho Renge Kyo. Probabilmente cercherei di portarmi dietro anche una chitarra, però!

Grazie per la cortese attenzione.
BANZAI!

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