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The Rodeo: Una Parigina in America

Più che un’intervista ufficiale, il mio incontro don Dorothée “The Rodeo” Hannequin, avvenuto a metà marzo (davanti ad una tazza di tè fumante) in un’accogliente casa milanese, sembrava una chiacchierata fra amiche. Che, infatti, è iniziata parlando dei propri gusti musicali…

Hai fatto qualche esperimento insolito nella tua carriera, come collaborare con band hard-core, rielaborare una parte di “Beautiful People” di Marylin Manson… hai anche fatto la cover di “Amazing” di Kanye West.
Sì, mi piace molto la canzone, ha un ritmo coinvolgente e un bel testo. E mi piace Kanye West. Adoro fare le cover, è come un gioco per me; spesso le improvviso sul palco senza averle prima registrate in studio. Le penso e se mi suonano bene le eseguo durante i concerti…Sono influenzata dal folk, ma a volte mi piace collaborare con artisti dell’elettronica, come i Portished, e ho anche fatto delle apparizioni per bands hip-hop e rap. Per me forse è più interessante cimentarmi con nuove, stimolanti collaborazioni di generi diversi, che suonare con grandi star del folk.

Questo mi ricorda Tori Amos, che ha coverizzato perfino “Raining Blood” degli Slayer, e ti assicuro che, ascoltata dal vivo, fa davvero una strana sensazione… Comunque credo che un bravo artista sia in grado di suonare qualsiasi cosa, manipolando la canzone e trasformandola in qualcos’altro, indipendentemente dal genere cui appartiene.
Sì, e a volte anche i testi sono più importanti…quando senti un rap o una canzone heavy metal non presti attenzione al testo, mentre invece scorporandolo e trovandoti in una situazione tranquilla, puoi scoprire che si tratta di canzoni stupende.
Io faccio folk ma ho una mente molto aperta e mi piace ogni genere musicale; per me è questione di melodia e di testi. Molti pensano che ci sia stato un revival di musica folk, connesso alla cultura hippie, ma io non voglio essere associata a quella corrente musicale e socio-culturale.

Visto che canti per la gente, nelle tue canzoni parlerai di problemi sociali, politici, ecc… ecco, da dove traggono ispirazione le tue canzoni? E di cosa parlano i tuoi testi?
Mah, trovo l’ispirazione un po’ in tutto… Se ho in mente qualcosa che mi ispira, è come fare fotografia, suono in un modo molto istintivo… Non voglio cantare di politica o di grandi questioni sociali. Cerco di fare le cose a modo mio. Alcune canzoni, “On the radio” e “High Resolution World” parlano del mondo in cui viviamo, dei mezzi di comunicazione: a volte sono spaventata da tutti i media che ci circondano e ci condizionano la vita.
Ogni tipo di tema che tratto è per tutti, e lo si può leggere a proprio modo, non ci sono chiavi di lettura specifiche. La mia musica riguarda la vita. Mi piaceva l’idea che l’album fosse una fotografia della vita, con le sue gioie e i dolori, gli imprevisti, come nel caso di “Uncle Sam”, che non sembra avere un sound perfetto, ma mi piace così, forse proprio è nata da un imprevisto. Poi ci sono dei contrasti, con canzoni dalla melodia triste ma dal testo allegro e viceversa. Mi piace questo gioco degli opposti, simile infatti a quello che avviene davvero nella vita. È come la situazione di contrasto che c’è stata per Tori Amos, che suona al piano una canzone che era originariamente gangsta rap.

Come francese in America, se mi permetti la definizione, come sei riuscita a integrare le tue radici europee nella musica che produci?
Per gli americani è divertente avere una ragazza francese che si chiama Rodeo e che canta la loro musica. Ma sembrano anche apprezzarlo, nonostante il mio ‘strano’ accento e perché è diverso da ciò che sono abituati ad ascoltare. Grazie a internet, a Myspace ecc. mi contattano da tutta Europa per fare concerti. In effetti grazie a internet non ci sono più barriere linguistiche o di ‘audience’, non conta quanta gente porti al concerto. Forse per me è positivo non essere americana… Spesso non capiscono se sono francese o se vengo da un’altra zona dell’Europa, dalla Scandinavia, ecc. Per me è meglio, posso mettere un po’ di storie francesi nelle mie canzoni. A volte mi scambiano per un cantautore della tradizione, tipo menestrello che si esibisce nei piccoli locali o negli spettacoli di piazza. Non dico che mi paragonino a Edith Piaf ma hanno in mente quel genere di artisti vecchia scuola.

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Che rapporto hai con la musica folk?
Tutto è iniziato con la chitarra che trovai a 15 anni nella soffitta di mio zio, e che possiedo ancora, benché sia molto vecchia. Ci ho composto gran parte delle canzoni di “Music Maelström”. Ho un rapporto quindi molto stretto con questa chitarra, e credo ciò rispecchi il mio approccio al folk in generale: è uno stile che puoi suonare ovunque, in in un piccolo club o in enormi parchi durante i festival, ed è musica per tutte le età. Inoltre il folk è sempre esistito, in tutte le epoche, e si tramanda sempre. È musica tradizionale ma ti fa sentire la connessione tangibile con il legno della chitarra.

Già, proprio una relazione autentica… che mi ricorda un grande cantautore folk, Davide Van De Sfroos, che scrisse una canzone in cui si racconta la storia di una chitarra che fa il giro del mondo e viene suonata dagli stili e dai musicisti più disparati.
Neil Young diceva che c’è una buona canzone in ogni chitarra, eppure ci sono musicisti che ne possiedono anche 50 ma che non riescono a provare il feeling che io ho con il mio legno. Mi piace la vicinanza con lo strumento, e il fatto che grazie ad esso si possono raccontare belle storie. Io suono ogni giorno. Non riesco a farne a meno, anche se solo per 20 minuti. Non sarò mai una guitar hero, ma è una mia abitudine, un ‘toque‘ come si dice in francese.

Parlami del gioco di parole fra il tuo nome, Dorothée, e il nome d’arte The Rodeo…
Sì, l’ha coniato un mio amico e anche a me diverte tanto – in effetti funziona anche se sei un uomo e ti chiami Théodore. Ma è anche un richiamo al genere di musica che faccio, ricorda i paesaggi americani. E pensa che la gente, quasi tutta, crede che siamo una band. E devo specificare che mi chiamo Dorothée e non con la ‘y’ perché altrimenti mi dicono «non è l’anagramma». Sì, è un gioco di parole ma non voglio che sia inteso in modo troppo divertente: rispecchia la mia musica, ma non i cliché che potrebbero essere associati, come gli stivali e il cappello da cowboy.

Che consiglio daresti a chi volesse avvicinarsi alla musica folk, senza cadere negli stereotipi del genere?
Bisogna essere onesti con sé stessi e con il pubblico senza preoccuparsi esclusivamente dell’immagine. Se sei sicura di ciò che fai e se funziona, allora funzionerà in qualsiasi situazione. E bisogna essere generosi. Mi è capitato di suonare davanti a 5 persone in piccoli cafè o davanti a 5000 come supporto di grandi band, ed è questione di generosità e di un buon approccio con le persone. Devi intrattenere un rapporto con la gente, per farti conoscere. Poi è importante fare molta pratica, e non essere troppo influenzati dalle band che segui. È importante cercare il proprio stile e la propria voce.
A me ci sono voluti dieci anni, quindi è fondamentale prendersi tutto il tempo necessario.

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