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The Sleeping Tree al circolo Maite di Bergamo

Giovedì 1 maggio ha inizio la rassegna “Bergamo Altra”, che nasce dalla collaborazione tra il collettivo hashtag., la Jestrai Records e il circolo Maite. L’impegno congiunto produce cinque serate, cinque giovedì, ospitati nel bel locale incastonato nel cuore di città alta. Una rassegna con l’obbiettivo di scoprire una città alta diversa, capace di ospitare serate interessanti e non destinata al solo passeggio domenicale. 
La prima serata è dedicata al folk acustico, con il friulano The Sleeping Tree sul palco. Avevamo avuto modo di conoscerlo con l’uscita del suo secondo disco “Painless”, del quale trovate la recensione qui. Il bassista del gruppo reggae Mellow Mood, conclude qui il suo tour da solista e annuncia che nelle prossime date tornerà ad imbracciare il basso con loro. 

Parcheggiare in città alta è sempre un problema, bisogna essere a conoscenza di parcheggi segreti. Parcheggio verso la porta di San Lorenzo. Per chi non conoscesse la zona, si tratta di uno degli ingressi più nascosti che da l’accesso alla città vecchia. Diversamente dalle altre porte, si accede passando sopra il parco dei colli. Immersi tra gli alberi e camminando sulle mura antiche, si respira una magia che nel resto delle città non si può trovare.

Il circolo Maite è un Arci molto carino, si respira un’atmosfera molto familiare e complice. Tavolini, sgabelli ed un piccolo palco con un sipario rosso.

Giulio prende la sua chitarra e ringrazia tutti quelli che hanno partecipato alla serata e l’hanno accolto come se fosse stato a casa sua. Una chitarra ben suonata ed una voce profonda. Un viaggio che tocca tutte le corde del folk. Dita veloci, che ipnotizzano con scale e arpeggi complessi. Una voce dolce, che racconta storie tristi e difficili. Scorrono in questo modo i brani del suo repertorio e il pubblico concentrato, non parla per non spezzare quell’atmosfera magica e tesa che si respira.
Giulio canta e con gli occhi guarda lontano. Probabilmente non è più li su quel palco e anche noi lentamente ci lasciamo portare via.
Mi colpisce particolarmente il brano “A Bill”. Racconta di una storia finita in modo indolore, lasciando solo uno scontrino in una tasca. Ha un andamento così delicato, che ad un certo punto sembra di essere stati trasportati in un’altra città, dal gusto internazionalePoi si fa un tuffo nella storia del folk, evocando due musicisti indimenticabili. C’è Elliott Smith con “Going Nowehere” e poi c’è Nick Drake con “Place To Be”. Le due cover s’intrecciano con i pezzi di Giulio, creando un unico racconto.C’è spazio ancora per un ultima canzone: “A Voice In The Wilderness”. Un inedito, che ha un sound molto più reggae. Come quando smette di piovere e s’incomincia a vedere il sole.
Tra tutti i volti concentrati nell’ascolto, mi capita di vedere quello della ragazza di Giulio, che è seduta ad un tavolo. Lo guarda e sorride. E lo trovo una cosa bellissima. In quel momento è come se tutti noi non esistessimo più. Rimane solo un ragazzo con la chitarra che canta per il suo amore. E la cosa fa sorridere anche me.
Love is an eternal lie
Heart as a ghost
Wings
My friend’s son
Little too often
Going nowhere
Sweets of Helsinki
A bill
Jah takes my soul
His father
Worlds collide
Morone
Jah guidePlace to be
A voice in the wilderness
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