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  • The Sons: Visiting Hours

    The Sons

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Benvenuti in Inghilterra, luogo in cui chiunque può mettere in piedi una band e suonare incredibilmente cool nonostante derivazioni di varia natura. I The Sons hanno qualcosa di veramente grande incanalato in un contesto estramamente piccolo, difficile uscire dallo stereotipo di gruppo fotocopia quando si fa un disco che ha riferimenti più che evidenti a celeberrime icone del passato musicale britannico.

Facendo finta che i Kinks non siano mai esistiti,che il duca bianco sia un personaggio di una novella e che un songwriting colmo di rifermenti ma che non sfiora mai il plagio sia comunque accettabile, si può cominciare a parlare bene di questa band, che tutto sommato ha messo insieme una serie di pezzi più che buoni, piacevolmente scorrevoli e resistenti anche alla prova dei ripetuti ascolti.

Il discorso è molto semplice: se si criticano costantemente i gruppi nostrani per la loro scarsa originalità e lo pseudo-provincialismo che pervade le spaghetti pop-rock band di stampo britannico non possiamo esimerci dal ridimensionare “Visiting Hours” negativamente. Anzi, è molto più odioso mangiare una pizza mediocre a Napoli che a Brighton.

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Contro

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