Home > Recensioni > The Sound and the Fury

James Franco è un habitué ormai della Mostra del Cinema di Venezia: dopo la partecipazione in Concorso nel 2013 con “Child of God” (che conteneva più di ogni altra cosa, secondo me, uno Scott Haze che avrebbe meritato assolutamente la coppa Volpi come miglior attore.), torna fuori competizione con “The Sound and the Fury“.

Scott Haze c’è anche questa volta, ed è ancora il più bravo di tutti in un cast composito, pieno di star e amici di Franco impegnati in ruoli grandi e piccoli (ne citiamo due su tutti, Tim Blake Nelson e Seth Rogen).

Ambizioni altissime. Dopo Cormac McCarthy, questa volta tocca a William Faulkner, e l’anno prossimo toccherà a Charles Bukowski: l’attore/regista non si fa scrupoli ad adattare i grandissimi della sua letteratura nazionale. Ma, novello Icaro, questa volta le sua ali di cera si sfaldano miseramente fin dalle prime battute.

Tre fratelli e una sorella, una famiglia borghese d’inizio Novecento: c’è chi non vede l’ora di scappare di casa, chi resta per amministrare i beni di famiglia, chi (Franco) è mentalmente ritardato e vive perennemente una condizione infantile. Sarà la figlia di Caddy, la generazione successiva che anticipa la modernità, a rompere le oppressive catene familiari.

Se avete letto Faulkner non avete bisogno del mio riassunto, forse ne avrebbe bisogno la sceneggiatore Matt Roger. Perché Franco gira anche bene, ha mano ferma e decisa, ma si trova a mettere in scena uno script verboso, pieno di monologhi fuori campo che occhieggiano allo stile dell’ultimo Terrence Malick ma senza sfiorarne nemmeno per un attimo la magniloquenza.

Franco continua l’opera di demolizione del suo status di sex symbol imbruttendosi al makeup come attore, ma mache girandosi in proprio i film che non gli propone Hollywood, questo bisogna riconosceglierlo. Stavolta, però, operazione fallita.

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Contro

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