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The sound of muzak

Due anni or sono il Mulo di Warren Haynes stupì i fan italiani regalando finalmente una data al nostro paese. Il posto ed il palco erano gli stessi di questa sera – l’entusiasmo, se vogliamo, è esponenzialmente amplificato dalla recente uscita di “By A Thread”.

In un calendario concerti affollato come quello degli ultimi tempi, può risultare difficile scegliere a quale evento partecipare. Chi ha deciso di investire sui Gov’t Mule ha ottenuto sotanzialmente due risultati: un concerto quantitativamente (3 ore circa) e qualitativamente di proporzioni epiche, ma soprattutto quello che tanta, troppa musica di oggi non riesce più a trasmettere. Chiamatela magia, chiamatelo feeling o chiamatelo più semplicemente sano, onesto e sudato rock’n’ roll, fatto sta che ben pochi musicisti riescono a tradurre le vibrazioni di una performance live in un fiume in piena di emozioni così come fanno Haynes e compagni.

L’Alcatraz è davvero affollato di un pubblico maturo ed eterogeneo, a cui la scelta di far suonare la band sul palco minore poco importa. Sono tutti lì che pendono dalle labbra (ma soprattutto dalle dita) di Warren che alle 9 in punto trascina la propria mole su di uno stage spartano ed essenziale – non servono orpelli, per fare magia sono sufficienti amplificatori e strumenti. Ed è così che la magia si compie davvero, manifestandosi sotto i nostri occhi e dentro le nostre orecchie ammaliate dal tocco sanguigno di Warren Haynes, o devastate dai ritmi di Matt Abbs.

Strutturato su due set di circa 80 minuti ciascuno, separati da un breve intervallo (doveroso, considerata l’anagrafica dei protagonisti), il concerto non può e non deve vivere di meri titoli di canzoni. Quelli, se davvero vi interessano, potete leggerli in calce a queste poche righe. Citiamo tra le altre, per dovere di cronaca, gli estratti dal nuovo disco “By A Thread”, nella consapevolezza che in uno show dei Mule la canzone di per se diventa strumento funzionale alla performance. È facile dire jam band, ma spesso la semplicità è tale perché non serve dire altro. Ogni brano è un buon pretesto per suonare, spesso e volentieri neanche tanto per il pubblico quanto per se stessi. Vedere Warren abbandonarsi al flusso musicale che viene dritto dritto dal cuore è uno spettacolo di per se, e a poco serve sapere che quel determinato passaggio sia innestato in una “Soulshine” piuttosto che in una “Birth Of The Mule”. La magia e la bellezza di questa splendida creatura musicale attinge direttamente dalla forza del collettivo, e nell’improvvisazione.

Ci troviamo così tre ore dopo, con la mascella per terra e due centimetri di brividi lungo la schiena, toccati nel fisico e nell’anima da una serata che non è stato solo un mero concerto, ma è la quintessenza stessa della musica. E per questo, non possiamo che esprimere il massimo rispetto per il Mulo e ringraziare Warren Haynes, che con la musica riesce sempre a farci riconciliare.

Set 1:

Brighter Days
Like Flies
Game Face
Birth Of The Mule
I Think You Know I Mean > When The Levee Breaks
Blind Man In The Darkness
Mother Earth
Steppin’ Lightly
Broke Down On The Brazos

Set 2:

Railrod Boy
Monday Mourning Meltdown
Have Mercy On The Criminal
Wandering Child
- drum solo
Fallen Down >The Other One Jam
Painted Silver Light
Soulshine
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Out Of The Rain
Can’t Hold Out

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