Home > Recensioni > The Soundtrack Of Our Lives: Communion

Mai fermarsi alla copertina

Meno male che l’abito non fa il monaco. Altrimenti giudicare la nuova fatica dei TSOOL in base a una copertina che sa di pubblicità di diuretici per la terza età sarebbe a dir poco imbarazzante. Ma si sa, loro sono così. Un po’ naif e un po’ spostati per davvero, cosa che del resto ha sempre influenzato anche la loro musica. Buon concentrato di pop-rock melodico e psichedelico al tempo stesso, sempre ottimamente arrangiato e composto ancor meglio, tra chitarrine vintage e tastiere pregevoli. Una garanzia made in Sweden dai tempi degli Union Carbide Productions.

Al sesto album in carriera, però, i nostri incappano in una mezza trappola. Attirati come mosche dall’ambizioso progetto double-CD, Ebbot Lundberg e soci snocciolano la propria perizia strumentale-compositiva in 24 episodi tutti da scoprire sì, ma spesso imputabili di scarsa originalità e/o eccessiva ripetitività. Almeno per i canoni cui ci hanno abituato negli anni.
Versione moderna e rivisitata dei Kinks di Ray Davies, i TSOOL continuano sulla strada battuta nei dischi precedenti e poco importa se nel frattempo sono passati otto anni dal decorato “Behind The Music”.

Importa però a chi si attende qualche passo in avanti, che non per forza di cose dev’essere quello di snaturare un sound coeso e chiaro come pochi altri in circolazione.
Perché in effetti sono ancora uno dei pochi gruppi dei giorni nostri ad avere un’identità precisa, staccata dalle mode alternative e diretta come un bulldozer a fare della melodia l’unica vera protagonista. E in tal senso sono encomiabili episodi quali “Lost Prophets In Vain”, “Songs Of The Ocean”, “Lifeline” o “The Passover”, tutti presenti nel secondo dei due CD e capaci di fotografare al meglio la vena agrodolce che è marchio di fabbrica del sestetto di Göteborg.

Nel primo, tanto per la cronaca, stupisce il caleidoscopio sonoro che va dal folk di “Universal Stalker” al pop danzereccio di “The Ego Delusion”, dalle melodie cupe di “Second Life Replay” alla solarità di “Thrill Me” fino ad una riuscita ed intensa cover di “Fly” di Nick Drake.
Nulla di nuovo, però. E questo lascia, a dirla tutta, un tantino interdetti.
Resta comunque un indiscutibile dato di fondo: “Communion”, pur con le sue mancanze e la sua prolissità, è un prodotto largamente al di sopra della media.

Scroll To Top