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  • The Spinto Band: Moonwink

    The Spinto Band

    Data di uscita: 07-10-2008

    Loudvision:
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Carnevale d’ottobre

Ci sono casi in cui il troppo stroppia, e c’è “Moonwink”, secondo album della Spinto Band da Wilmington, Delaware. Dopo quella piccola gemma di indie rock sghembo che era il precedente “Nice And Nicely Done”, la band si getta a capofitto in un progetto coerentissimo, sorprendente e vagamente demodé, a favore del quale viene voglia di spezzare non una ma almeno sei lance, tante quante i componenti del gruppo.

Per venire al dunque: in un periodo in cui la hipness risiede nel lo-fi e nel sound grezzo e ridotto all’osso degli scantinati di Brooklyn, la Spinto Band tira fuori una collezione di scintillante indie pop obliquo e imprevedibile, traboccante di idee che fuggono (ma non sfuggono) in tutte le direzioni, infiorettato fino all’eccesso da condimenti che più uncool non si può: strati su strati di allegri cori in falsetto, tintinnanti sonorità da luna park, reminescenze rétro. Si comincia con “Later On”, che se la gioca con “Mansard Roof” dei Vampire Weekend per il titolo di “incipit più irresistibilmente old-fashioned dell’anno”, e si prosegue a ritmo serratissimo in un mare variopinto di arrangiamenti anticonvenzionali e melodie talmente strampalate che non si capisce come facciano ad appiccicarsi in testa con tanta facilità. Se “Summer Grof” è chiaramente il singolo-anthem del mucchio, la vera brillantezza sta nella contagiosa zuccherosità di canzoni a rotta di collo quali “Needlepoint”, “Pumpkins And Paisley”, e praticamente tutti i brani di un album senza cali. È come se la Spinto Band avesse appreso la lezione degli Of Montreal e la risuonasse coi mezzi dei Los Campesinos, ma senza le ridondanze dei primi né l’iperattività un po’ ansiogena dei secondi e sempre rimanendo sottilmente fedeli ai canoni tracciati da “Nice and Nicely Done”.

Troppo facile accanirsi contro la presunta “facilità” di pezzi simili: qui semmai di idee ce ne sono fin troppe, ma sempre amalgamente egregiamente a creare piccoli gioielli di lambiccata orecchiabilità. E nemmeno si accusi la band di sedersi sugli allori del passato successo: dopo un disco così ben riuscito quale il precedente, si sarebbero potuti prendere molti treni più comodi (basti pensare all’opera seconda dei Someone Still Loves You Boris Yeltsin per capire come una band indie rock non deve fare un’opera seconda); e invece “Moonwink” riesce a essere corraggiosamente fuori moda eppure incondizionatamente adorabile al tempo stesso. E storcano pure il naso gli hipster di Brooklyn.

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