Home > Report Live > The spirit of the radio

The spirit of the radio

Era difficile prevedere che anche l’Italia potesse avere il proprio AOR wet-dream, ma qualche volta i sogni si trasformano in realtà ed allora eccoci tutti qui, pronti a bearci di un bill che nel nostro paese non s’era visto neanche quando il genere andava davvero di moda.

Sotto il cocente sole del primo giorno d’estate raggiungiamo i cancelli d’accesso al parcheggio della fiera, rapidamente trasformato in un’enorme area concerti. I Thin Lizzy iniziano il loro set proprio mentre la security ci informa, con nostra immensa gioia, che la cassa accrediti si trova esattamente dalla parte opposta del quartiere fiera. Mezz’ora, due litri di sudore ed una buona dose di parolacce dopo rieccoci all’ingresso, liberi finalmente di accedere… proprio mentre i Lizzy salutano tutti e sgomberano il palco.

Ci sarebe piaciuto parlarvene più approfonditamente, ma ci limiteremo a dirvi che durante la scarpinata ci siamo quanto meno allietati con gli echi lontani delle varie “Whiskey In The Jar”, “The Boys Are Back In Town” e “Don’t Believe A Word”. Consolatevi come abbiamo fatto noi, con il video che trovate qui a fianco.

Conquistata finalmente l’area concerti, inziamo a girovagare perplessi. Ma dov’è il pubblico? Il parcheggio che avrebbe dovuto ospitare l’evento sembra, per l’appunto, un parcheggio. Deserto, per di più. In lontananza svetta il colossale palco, per cui ci convinciamo di non aver sbagliato strada e ci avviciniamo, iniziando ad intravvedere – orrore! – una distesa di sedie, per lo più vuote, ed uno sparuto gruppo di AORster che si godono l’ombra proiettata dal palco stesso. A naso, nel momento di massimo affollamento dubitiamo di aver superato le 5.000 presenze. In un altro tempo, in un altro luogo probabilmente non sarebbe bastato San Siro. Welcome to the real world!

I Night Ranger sono al loro debuto italiano. Da queste parti non s’erano mai visti, e per dirla tutta anche il resto dell’Europa se li ricorda poco, visto che la loro ultima visita da questa parte dell’oceano risale al 1985. Tra l’altro proprio oggi viene pubblicato il nuovo album “Somewhere In California”, che ne segna il gradito il ritorno alle sonorità originali. Potete quindi comprendere il malcelato entusiasmo con cui salutiamo il loro ingresso in scena con una mostruosa “Touch Of Madness” sulla quale chi scrive ha lasciato poco meno di un litro e mezzo di bava. Coronarie a rischio, e brividi alti un paio di centimetri ricordano al vostro umile scrivano quanto visceralmente abbia amato questo genere.

Un’oretta scarsa di concerto non consente ai Night Ranger di infilare nello show più di 8 brani, ma ragazzi che brani! A parte la nuovissima (ed assolutamente godibile) “Growing Up In California” ci vengono propinate in rapida successione perle come “Sing Me Away”, “When You Close Your Eyes” per non parlare dell’immancabile “Sister Christian”, autentico viagra per le orecchie. A sorpresa tirano fuori pure il jolly con “Coming Of Age” dei Damn Yankees.

Nonostante la stiratura muscolare di un paio di giorni prima, Jack Blades tiene benissimo il palco e dirige lo show con la consumata abilità del navigato professionista qual è, salvo poi doversi arrendere al dolore a concerto concluso, costringendo i compagni ad accompagnarlo off-stage a braccia. Grandissimo.
[PAGEBREAK] Con invidiabile efficienza il palco viene prontamente riassettato per accogliere Mick Jones ed i suoi Foreigner, per i quali non possiamo parlare di debutto italiano giusto perché lo scorso anno una capatina a Milano l’avevano fatta. Ad eccezione della pur apprezzabile “Can’t Slow Down”, title-track dell’ultimo album, il set proposto è a dir poco orgasmico. Partenza velleitaria con “Double Vision”, libidine suprema con “Head Games”, lacrimucce sulla seminale “Starrider”, delirio melodico acuto con la micidiale sequenza che allinea “Feels Like The First Time”, “Urgent”, “I Want To Know What Love Is” e “Hot Blooded”, prima del colpo di grazia finale con l’immancabile e liberatoria “Juke Box Hero”.

Band assolutamente perfetta, un’autentica macchina da guerra melodica finemente messa a punto dal grande vecchio Mick Jones che ha radunato attorno a se un manipolo di grandi professionisti, tra cui citiamo l’ex-Dokken Jeff Pilson al basso, e l’impressionante Mark Schulman alla batteria. Ma soprattutto che è riuscito nell’impresa di dare ai Foreigner un front-man di caratura superiore come Kelly Hansen, in grado di non far rimpiangere nemmeno un mostro sacro come Lou Gramm. Assolutamente padrone della scena, Hansen possiede il look, la personalità ma soprattutto la voce perfetta per rinverdire i grandi classici della band, facendoli propri senza stravoglerli. E se quello dei Foreigner è stato probabilmente il set più riuscito dell’intera serata, parte del merito va sicuramente a lui.

Finalmente iniziano a calare sulla Fiera di Rho le prime ombre della sera, che avvolgono il palco sul quale i Journey si presenteranno per la prima volta al pubblico italiano. Conquistata senza troppa fatica l’ennesima prima fila, fa un po’ strano vedersi circondati da una moltitudine di filippini, accorsi in massa per osannare il minuscolo Arnel Pineda, che da quando Neal Schon l’ha scovato su YouTube, nominadolo erede naturale di Steve Perry, ha conquistato il sud-est asiatico divenendone, a quanto pare, l’eroe nazionale per acclamazione popolare.

Il concerto si apre con due classiconi journeyani sparati a distanza ravvicinata: una frenetica “Separate Ways” – ed il suo ritornello killer – viene immediatamente seguita da “Ask The Lonely”, preannunciando uno show in puro stile best of. Comprensibile e prevedibile, considerato il fatto che si tratta del loro primo gig italiano. Dal nuovo “Eclipse” vengono infatti proposte le sole “City Of Hope” e “Edge Of The Moment”, quasi una citazione per dovere di cronaca, poi ampio spazio all’immenso repertorio del passato, da “Stone In Love” all’immancabile “Don’t Stop Believin'” lasciando poi ad “Any Way You Want It” il compito di chiudere uno show davvero troppo breve.

Sgombrata la mente dall’estasi del momento (come non esaltarsi con “Lights” o “Wheel In The Sky”) non può che affiorare un minimo di delusione. Interazione con il pubblico ai minimi termini, durata complessiva non oltre il minimo sindacale (75 minuti scarsi), un Pineda non esattamente ineccepibile soprattutto sui primi brani, probabilmente condizionati da una partenza a freddo, un Neal Schon tecnicamente mostruoso ma che a volte pareva andarsene un po’ per i fatti suoi. Un concerto affrettato, quasi non vedessero l’ora di finire il prima possiible. Peccato per il pubblico italiano, che dopo tanta attesa averebbe forse meritato dai Journey quel minimo di entusiasmo che avrebbe reso un buon concerto un concerto memorabile. Sarà per la priossima volta.

Night Ranger:

Touch Of Madness
Sing Me Away
Growing up in California
Coming Of Age
Don’t Close Your Eyes
Don’t Tell Me You Love Me (incl. Highway Star)
Sister Christian
(You Can Still) Rock In America

Foreigner:

Double Vision
Head Games
Cold as Ice
Can’t Slow Down
That Was Yesterday
Dirty White Boy
Starrider
Feels Like The First Time
Urgent
I Want to Know What Love Is
Hot Blooded
—————–
Juke Box Hero

Journey:

Separate Ways (Worlds Apart)
Ask the Lonely
City Of Hope
Stone In Love
Keep On Runnin’
Edge Of The Moment
Lights
Open Arms
Wheel In The Sky
Escape
Be Good To Yourself
Faithfully
Don’t Stop Believin’
————————–
Any Way You Want It

Scroll To Top