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Strani solo di nome

The Strange Boys hanno scelto questo appellativo per cuccare, altroché.
Fossero dei tipi al limite della sociopatia, con turbe psichiche e chi più ne ha più ne metta, e magari riversassero il proprio malessere nella musica, capiremmo.

E invece no, sono quattro ragazzi (di cui due imparentati) che vivono in un mondo campestre, precisamente in Texas, dove le radici del rock’n’roll primordiale si fondono con il country e il folk, accogliendo pure il garage rock – perché non è così male.

Tanta chitarra, armonica a bocca e voce languida; e ancora balle di fieno, giri di basso che ammiccano al blues (a spruzzi) e amore made in sudismo.
Ah, e il latino.

Coloro che hanno sbavato e continuano a sbavare per Kings Of Lion et similia, ignari dell’esistenza degli Strange Boys, riceveranno una piacevole sorpresa nell’ascoltare questo disco. Chi sapeva già da tempo, idem. A chi del quartetto non frega affatto diciamo che non capite cosa vi perdete.
Rimediare subito.

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Contro

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