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The Tribe” (“Plemya”) dell’esordiente ucraino Myroslav Slaboshpytskiy è il film vincitore — a pari merito con “Navajazo” di Ricardo Silva, qui tutti i premiati —  del 19esimo Milano Film Festival che si è concluso domenica 14 settembre.

Già premiato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2014, “The Tribe” è un dramma criminale interpretato da giovani attori sordi, professionisti e non, che recitano usando esclusivamente la lingua dei segni. Niente sottotitoli, nessuna traduzione.

Per la quasi totalità degli spettatori che vi si trovano di fronte, quello di Slaboshpytskiy è un film muto fatto solo di gesti e azioni. Un balletto violento, una coreografia dell’orrore, una messa in scena di impressionante precisione nella quale la regia è chiamata ad assolvere il suo compito più puro: dirigere lo sguardo dello spettatore.

Non privo di un’inquietante, ricercata bellezza nella composizione delle inquadrature e nel limpido cromatismo della fotografia (a cura di Valentyn Vasyanovych, anche montatore e sound editor), “The Tribe” è l’agghiacciante racconto di formazione dell’adolescente Sergey. All’inizio la violenza praticata e subìta con implacabile determinazione da questi ragazzi ci disorienta: perché tanto durezza? Perché tanta sopportazione, specie da parte dei personaggi femminili? Non conosciamo il loro passato, e fatichiamo — anche a causa della barriera linguistica — a comprenderne il presente.

Il futuro che cercano, però, arriviamo a capirlo: le ragazze vorrebbero andarsene in Italia, tutti desiderano essere liberi. Gli atti che compiono sono al tempo stesso difesa e aggressione. Ma nella negazione della propria e altrui umanità non può esserci salvezza né via di fuga.

Dal 28 maggio 2015 al cinema con Officine UBU.

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