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  • The Verve: Forth

    The Verve

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Undici anni di assenza sono tanti, soprattutto se ti chiami Verve e i fan, appena assuefatti alla tua meritata ascesa all’olimpo del pop-rock, sono costretti ad assistere impotenti ad un repentino scioglimento del gruppo. Così, nel 1997, proprio quando gemme di comprovato spessore quali “Bitter Sweet Symphony”, “Lucky Man”, “Sonnet” o “The Drugs Don’t Work” monopolizzavano i canali musicali di mezzo pianeta, Richard Ashcroft e soci decisero di porre l’epitaffio su quella eccitante esperienza sonora disperdendosi ognuno nel proprio universo.

Il ritorno, per tanto, è fatto gradito, o comunque atteso con la legittima curiosità di chi spera che lo spiccato talento compositivo del quartetto sia rimasto intatto, se non persino rinvigorito. E i live in giro per l’Europa nel corso dell’estate hanno portato alla comune opinione che il nuovo materiale, proposto in anteprima proprio nei concerti, fosse quanto meno stuzzicante. Certo è che, “Love Is Noise” (primo singolo estratto da “Forth”) diverge molto da questa speranza, curvo com’è su dinamiche da pop-da-classifica tanto immediate da risultare quasi artefatte. L’eccezione, piuttosto, arriva con i restanti nove brani del disco, lontani, e parecchio, dall’apripista, sia per direzione stilistica che per minutaggio.

Un disco che si divide quasi equamente tra ballate più o meno melodiche e lunghe suite sperimentali cariche di tensioni sonore e armoniche. L’apertura è affidata a “Sit And Wonder”, ritrovato complesso e visionario di psichedelia moderna, mentre la ricerca si sposta su territori ancora più insondati nella acid-bluesy “Numbness”, nella prolissità quasi american-noise di “Noise Epic”, negli accenni jazz-pop di “Columbo” e negli inserti liquidi e dilatati di “Judas”.
Sull’altro versante, quello più morbido di cui sopra, troviamo i brani pop del disco che, per quanto meno ispirati, hanno in “Appalachian Springs” e “Valium Skies” due esempi di riuscita autorialità mutuata ad arte dai fasti passati, caratteristica che invece difetta un po’ a “I See Houses” e “Rather Be”.

Un passo in avanti, insomma, è stato fatto, almeno nell’ottica di un futuro che già dagli accenni di “Forth” apre la strada a possibilità musicali ed artistiche amplissime.
E per questo sarebbe sufficiente che i quattro di Wigan non ricadessero negli umani errori commessi dopo il praticamente perfetto “Hurban Hymns”.

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