Home > Recensioni > The Visit

The Visit” potrebbe sembrare un ritorno al passato per M. Night Shyamalan: dopo le grandi produzioni (e il 3D) di “L’ultimo dominatore dell’aria” (“The Last Airbender”, dalla serie animata “Avatar” di Nickelodeon) e il fantascientifico “After Earth”, il regista di origine indiana che si fece notare nel 1999 con “Il sesto senso” riporta infatti sul grande schermo un thriller/horror semplice e pulito, senza volti noti e concentrato sull’essenziale, ovvero far paura (tra i produttori c’è anche Jason Blum).

Eppure “The Visit” rappresenta anche un cambiamento notevole nella filmografia di Shyamalan, finora molto compatta soprattutto dal punto di vista tematico (il regista è sempre anche sceneggiatore dei suoi film).

È vero, nella vicenda dei fratelli Becca (Olivia DeJonge) e Tyler (Ed Oxenbould), ragazzini che si recano per la prima volta a far visita ai nonni mai conosciuti (Deanna Dunagan e Peter McRobbie), non mancano gli elementi tipici del cinema di Shyamalan: porte, finestre, specchi, un’attenzione particolare per le opposizioni cromatiche e i tre colori primari (blu, rosso e giallo), il tema della visione (l’atto di vedere, o meglio saper vedere, ricorre in quasi tutte le opere del regista, e qui è enfatizzato da un’idea di regia non particolarmente originale ma efficace), la fiducia nel potere salvifico delle storie, l’iconografia della fiaba, il superamento dei traumi passati, le dinamiche familiari e il conflitto generazionale (ricordate gli anziani di “The Village”?).

La conclusione, però, possiede una cattiveria nuova, e l’inquietudine che la risoluzione del dramma (peraltro molto più violenta del solito) lascia negli spettatori deriva proprio dal modo in cui il gioco mortale “giovani contro vecchi” viene messo in scena. I bambini di “The Visit” non hanno la purezza della Ivy Walker di “The Village” né sono unusually compassionate come il piccolo Cole protagonista di “Il sesto senso”.

Becca e Tyler vogliono e sanno manipolare la realtà, sia in senso metaforico e creativo (Becca è un’aspirante regista, e il suo personaggio rende “The Visit” anche una divertita riflessione metacinematografica), sia da un punto di vista umano. L’orrore della vecchiaia, inteso come disfacimento e degenerazione, si scontra insomma con l’orrore etico della giovinezza trionfante che glorifica se stessa nell’ultima scena. E sì, questo fa paura.

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