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  • The War – Il pianeta delle scimmie

    Diretto da Matt Reeves

    Data di uscita: 13-07-2017

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The War – Il Pianeta delle Scimmie” si apre a quindici anni dall’esperimento scientifico che causò la creazione del virus ALZ-113, rivelatosi mortale per l’uomo e in grado di potenziare le capacità cognitive dei primati. 

Dopo un primo tentativo di coesistenza pacifica, la guerra tra umani sopravvissuti all’epidemia e scimmie, iniziata dal bonobo Koba (Toby Kebbell), è ancora in atto. Cesare (Andy Sekis) e il suoi, nascosti tra i boschi per cercare di evitare lo scontro con quello che rimane dell’esercito americano, sono costretti a entrare in conflitto con uno spietato Colonnello (Woody Harrelson), ossessionato dal trovare e annientare tutte le scimmie per la salvezza del genere umano.

Chi l’avrebbe immaginato, quando uscì “L’alba del pianeta delle scimmie” (“Rise of the Planet of the Apes”), che questo reboot di una delle più amate saghe di fantascienza di sempre, da me visto con estrema diffidenza, avrebbe dato vita ad una moderna trilogia dal respiro epico, intelligente, onesta e totalmente autonoma rispetto dall’illustre precedessore?

The War – Il Pianeta delle Scimmie”, terzo capitolo scritto e co-sceneggiato da Matt Reeves, già regista del precedente “Apes revolution” (“Dawn of the Planet of the Apes”, 2014) mantiene il livello dei sorprendenti primi due film, mescolando diversi registri con equilibrio. 

Un storia di guerra, certo, con allusioni dirette a “Apocalypse Now” e “Full Metal Jacket”, ma allo stesso tempo un western, in cui riecheggiano echi delle grandi e disperate epopee della frontiera (difficile, infatti, non pensare al Josey Wales de “Il texano dagli occhi di ghiaccio”).

Tutto questo, tuttavia, è mitigato da una delicatezza spielberghiana, in un film in cui le parole sono centellinate e l’attenzione si concentra su gesti (il linguaggio dei segni utilizzato dalla maggior parte delle scimmie per cominicare) e sguardi. 

È interessante notare come Reeves, limitando gli scontri e ambientando gran parte della storia in un campo di prigionia, sia più interessato a raccontare gli effettidi questa guerra su larga scala.

Il vero punto di forza di questo capitolo, infatti, sta nella complessità del personaggio di Cesare, portato alla vita da uno straordinario Andy Serkis, che riesce a rendere al meglio il conflitto interno di questo personaggio molto cambiato nel corso degli anni, indurito dagli eventi, diviso tra il suo ruolo di saggio capo della comunità e la sete di vendetta di fronte alle atrocità subite.

Mai visto, in questi anni, un personaggio digitale tanto reale e tangibile. Non è solo merito dell’incredibile livello raggiunto dalla motion capture e da una CGI in grado di rendere persino le minuscole goccioline d’acqua sulla fitta pelliccia di questa creatura dallo sguardo profondissimo, ma dell’innegabile talento di Serkis, negli anni passato troppo spesso in secondo piano.

La sua controparte umana, un Colonnello visibilmente ispirato al Kurtz di Marlon Brando, forse un po’ troppo abbozzato ma interpretato da Woody Harrelson con credibilità e mestiere, sembra essere il risultato degli stessi traumi vissuti da Cesare. Ha visto l’orrore ed è diventato amico dell’orrore.

In questi termini, “The War – Il Pianeta delle Scimmie” sembrerebbe un film molto cupo. A tratti è così, ma la sua drammaticità è alleggerita dalla presenza di eccellenti comprimari, a cominciare dall’orango Maurice (Karin Konoval) e il suo tenero rapporto con una piccola umana ribattezzata Nova (un omaggio alla saga originale, insieme a Cornelius, nome scelto per il figlio minore di Cesare) e la genuina comicità di Bad Ape, interpretato da Steve Zahn.

Lungi dall’essere perfetto, con un finale forse troppo precipitoso e qualche eccesso di pathos, “The War – Il Pianeta delle Scimmie” è un prodotto commovente e sincero, che non nasconde la natura allegorica un po’ naif di tutta la trilogia, ma ne fa la sua forza. Il messaggio ecologista e sociale arriva forte e chiaro, senza mai sembrare forzato e, soprattutto, senza intaccare la capacità del film di intrattenere.

ATTENZIONE, la seguente parte contiene SPOILER sul finale.

In qualche modo, la conclusione della storia di Cesare, a cominciare dal repentino e risolutivo deus ex machina di memoria classica, passando per il diretto riferimento al racconto biblico dell’Esodo nel finale, riveste un significato inatteso, in una vicenda in cui il vero motore dell’azione non è di natura religiosa, ma prettamente umana, con l’evoluzione a fare da contraltare. È sempre interessante notare come antiche tecniche e mitologemi, caricati di significati diversi, possano tutt’oggi mantenere inalterata la loro efficacia narrativa.

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