Home > Report Live > The Who Hits 50! Live a Londra

The Who Hits 50! Live a Londra

The Who Hits 50! è una raccolta uscita nell’autunno del 2014 per celebrare i 50 anni dalla nascita del gruppo The Who. A dicembre sarebbe dovuto partire il tour mondiale, ma la prima data prevista a Londra, città natale della band, è stata posticipata a marzo 2015 causa una forte laringite per Roger Daltrey. Riuscite ad immaginare quanto sia brutto organizzare un viaggio (con annesso qualche giorno di vacanza) per un concerto e poi scoprire che tutto è rimandato di lì a tre mesi?

Quando l’ho saputo a dicembre, sulla delusione e la preoccupazione di non riuscire a vedere la band ha prevalso inizialmente il lato economico, perché questo concerto è nato per me all’ultimo momento: ho saputo in ritardo di questo tour, i costi del biglietto erano alle stelle e l’unico portale online che ne aveva ancora pochi in vendita metteva a disposizione a prezzi salatissimi delle sedute in quella che più comunemente chiamiamo tutti ‘piccionaia’.

Poco importa, il desiderio di vedere The Who live alla O2 Arena di Londra si è alla fine concretizzato il 22 marzo.

L’apertura cancelli era prevista alle 18.30 e forte dell’esperienza italiana  (immaginando resse e file chilometriche) alle 16 sono arrivata in quello che è l’attuale tempio della musica live in città. La O2 Arena è una struttura temporanea, costruita e concepita per avere una durata massima di 25 anni, periodo dopo il quale verrà tutto smantellato per lasciare il posto a qualcos’altro, come nella migliore tradizione di quella che è una città sempre in evoluzione e in crescita.

Dall’esterno appare come un enorme tendone sorretto da una serie di pilastri in cemento. All’interno, il percorso ad anello smista le persone attraverso due ingressi principali coperti, intervallati tra loro da numerosi ristoranti. Sono poi presenti un cinema multisala, gli studi di Sky e addirittura quello che viene definito da Rolling Stones «uno dei luoghi più incantevoli nei quali ascoltare musica», un risto-pub con programmazione dedicata a cover band e nomi ‘minori’. In definitiva, sembra quasi di entrare in una sorta di centro commerciale dove non vi sono negozi ma solamente il trionfo della gastronomia.

Il parka, per me, è sinonimo di sopravvivenza al freddo. Il parka, al concerto dei The Who, è sinonimo di mods, subcultura fashion esplosa negli anni ’60 e portata sul grande schermo anche grazie a “Quadrophenia”, film del ’79 che si rifà all’omonimo album della band uscito nel ’73. L’età media dei presenti è alta, il pubblico ‘più giovane’ copre una fascia d’età che va dai 50 anni in su, ed è uno spettacolo vedere un sacco di teste bianche vestite per l’appunto con parka o con giacche di taglio sartoriale con stampata la Union Jack.

L’attesa dell’apertura cancelli è stata lunga, interminabile: la colpa di tutto questo?
La mia.
Per ‘prendere il posto’ la gente da noi fa ore di fila. Ricordo i concerti al Rock In Roma, e lo prendo come esempio per la capienza e l’afflusso ai concerti più grandi: per Bruce Springsteen che suonava alle 20 ho iniziato la fila alle 13.30! C’è gente che al concerto dei Metallica è riuscita ad uscire dal parcheggio per tornare a casa in auto alle 3 di notte!

La prima data londinese per The Who ha contato 20.000 presenze, è andata sold out, e l’ingresso all’area del concerto è filato liscio come l’olio: ore 18.20 mi sono messa in fila, ore 18.30 hanno cominciato ad entrare le persone, ore 18.35 ero dentro. Non solo, era pieno di addetti ai lavori che con completo nero e gilet catarifrangente controllavano i ticket e indicavano quale fra le due scale mobili presenti dovevo prendere per raggiungere la mia postazione. Postazione che, mannaggia a me, era nel blocco centrale fronte palco e nella penultima fila (ergo, scarpinata verso l’alto con la paura di cadere dalle scale).

Poco male: la struttura dell’Arena, effettivamente compatta nelle misure e di stampo prevalentemente verticale, mi ha permesso di godere appieno il live sebbene sulla carta il mio fosse un posto ‘sfigato’.

Alle 19 ha iniziato a suonare il gruppo spalla, ma all’interno non c’erano molte persone: stavano tutte nell’anello interno, beate e pacifiche, a mangiare e bere con calma – non come me, che per la paura della ressa e di tutto quel che accade in Italia ho cenato alle 17.30, vinta ormai dalla noia imperante…

Alle 20.05, con un leggero ritardo di rito, escono finalmente loro sul palco, The Who.
Nella sua immensità, alle spalle della band troneggia un mega schermo che per tutto il concerto ha proiettato immagini, visual e grafiche di richiamo alla carriera del gruppo.

I Can’t Explain” è il brano col quale attaccano, ed è questione di pochi secondi e tutta la O2 Arena è piena di gente che, nella tipica compostezza che contraddistingue gli inglesi, canta e si agita a ritmo di musica. Roger Daltrey sul palco è un signore di 71 anni che, al contrario di Pete Townshend, resta pacato nei movimenti: non si sposta da una parte all’altra del palco, agli occhi sembra quasi statico ma questa percezione nasce forse da un senso di protezione nei suoi confronti. Canta, ed è solo nei momenti più alti di alcuni brani che tira un po’ il fiato per aiutarsi; risulta però non fuori forma, bensì meno adrenalinico di Townshend, che ovviamente ha messo da parte i salti con la chitarra ma che è un rullo compressore che non trova pace.

I brani li introduce lui, scherzando col pubblico e con gli altri membri della band, ed è così che passano “My Generation“, “Behind Blue Eyes“, “Pictures Of Lily“, “I Can See For Miles“.
Ad un certo punto chiedono tutti scusa per lo show saltato a dicembre, non fanno menzione alla laringite di Daltrey ma sorridendo dicono che suoneranno due serate di seguito alla O2 Arena, anche per accontentare chi non aveva fatto in tempo ad acquistare il biglietto per l’evento di dicembre.

L’emozione nel sentirli live è strana: tutto scorre impeccabile e nonostante gli acciacchi dell’età non vi sono sbavature, ma si capisce che per Daltrey è un grande sforzo. Si diverte, sorride, ma il suo insistere nel cantare al posto di voltare il microfono verso il pubblico, almeno durante i ritornelli, indicano professionalità e testardaggine, e forse sono proprio queste caratteristiche che mettono a dura prova la sua salute.

Sul palco oltre a lui e Townshend anche Pino Palladino al basso e Zak Starkey alla batteria. Primogenito di Ringo Starr, Zak alla batteria è un vero mostro. «Per essere meglio del padre ci vuole poco», hanno detto i miei amici quando gliel’ho raccontato. Bravi come lui, però, non ve ne sono molti – dico io.
L’ultimo brano eseguito, in chiusura, è “Baba O’Riley” e lo introduce Pete dicendo «Ora vi accontentiamo, andiamo a chiudere la trilogia di C.S.I.».

Un concerto pulito, al quale ero sicuramente la più giovane presente (32 anni). Sì, sarebbe stato grandioso vederli negli anni ’70 ma io a quei tempi non ero neanche nei progetti dei miei genitori.
Li ho visti ora, The Who, con la gioia di chi è riuscito a farlo almeno una volta nella vita, perché se c’è una cosa che non smetterò mai di dire è che artisti del genere, finché ce n’é la possibilità, vale sempre la pena seguirli. Con le dovute variabili del caso, ovviamente: sono passati 40, 50 anni dai loro esordi e non ci si può aspettare la luna. È questo l’unico modo per essere realisti ma anche per restare, al contempo, piacevolmente stupiti. Non si muoverà, non si spoglierà e non farà più caciara sul palco: ma quant’è emozionante sentire ancora la voce di Daltrey, che dopo tutti questi anni incanta stadi interi?
Daje Roger, sempre e comunque.

E a proposito di fine concerti: dopo avervi detto che la data era sold out con 20.000 persone, sapete quanto tempo ci ho messo per tornare a casa? Solo 10 minuti per uscire dall’Arena. Il tempo di vedere una composta (ma lunga) fila verso la metropolitana, e ho optato per l’autobus, che da Greenwich mi ha portata a Bloomsbury senza cambi in 45 minuti. Alla fine, i casini in Italia ce li creiamo da soli: io alle 23.30 ero già a letto.

Scroll To Top