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Them Philosophy: Poche parole, tanti fatti

Scambiamo quattro chiacchere con i romani Them Philosophy che ci raccontano i retroscena del loro album “Thought Before Action” e la loro, speciale, filosofia.

Dietro le pelli si sono alternati diversi performer e ora sembra abbiate trovato un assetto ideale: quali sono state le variazioni/influenze nel vostro sound dettate da queste modifiche nella line up?
Claudio: Nonostante gli effettivi cambiamenti avvenuti nella line up ufficiale, abbiamo sempre mantenuto a livello compositivo una omogeneità di fondo nel nostro sound, cioè quella di spaziare il più possibile in tutta la musica, cercando di superare le sterili suddivisioni per generi. A livello live, invece, è innegabile che la diversa formazione dei vari batteristi che si sono succeduti ha in qualche modo influito sulla resa complessiva. Senza però compromettere il forte impatto che abbiamo sul palcoscenico. Semplicemente dando un colore diverso.

La realtà underground capitolina è davvero ricca e variegata. Come vi inserite, o meglio come vi trovate all’interno di questa realtà? Cosa vuol dire per voi essere romani, oltre che italiani?

Ivo: A Roma ci sono centinaia, migliaia di gruppi. Di cui si potrebbe discutere la qualità. Ma fatto sta che ci sono. Per emergere, per avere credibilità, per far sì che qualcuno investa su di te, c’è un’unica soluzione: lavorare tanto, essere sempre informati, aggiornati. La musica è rima di tutto passione, ma a un certo livello diventa lavoro, e come tale richiede tanta serietà e professionalità. Alcune volte anche a scapito del lato prettamente “artistico”.
Essere romani è un po’ come avere un marchio, vuol dire portarsi dietro un’aurea. E essere fieri di questo.

I Them Philosophy nascono, in qualche modo, come gruppo di protesta, di denuncia contro una società corrotta e disgregata. Come vivete questa dimensione? Come pensate che il vostro grido di protesta possa influenzare questa realtà?
Elisa: Speriamo che il pubblico che ci ascolta sia pronto a capire profondamente il nostro messaggio, che poi non è neanche troppo difficile. Semplicemente invitiamo a usare “il pensiero prima dell’azione”, invitiamo l’uomo a comportarsi in maniera civile e lineare nel mondo in cui vive, facendogli notare che tutte le decisioni e tutte le scelte fatte oggi avranno poi ripercussioni nel futuro. Quindi il nostro messaggio non è di protesta tout court, di distruzione e di impossibilità all’azione. Anzi, direi che è proprio il contrario: è una propaganda a favore della tutela, del rispetto e della protezione dell’ambiente e della società.

Perché avete scelto come lingua inglese come base per le vostre canzoni, eccezion fatta per qualche episodio? Una semplice strategia di marketing o una decisione a più ampio spettro?
Elisa: La scelta dell’inglese è una pura strategia, pensata per un pubblico estero. Le due eccezioni dell’album, Come la “Mafia” ed “En-Sof”, sono state dettate dall’importanza dei testi e dalla loro pregnanza all’interno della specifica realtà italiana.

I paragoni a band come Exilia, Guano Apes e altri del panorama nu metal/crossover contemporaneo abbondano. Come vivete questo accostamento? In cosa vi riconoscete e quali sono invece gli aspetti totalmente estranei al vostro modo di fare musica?
Claudio:Sinceramente questi gruppi che hai citato non sono tra le nostre influenze fondamentali, pur essendo state delle band che hanno segnato. Se dobbiamo fare dei nomi di riferimento possiamo citare gli Slipknot, Mudavayne, System Of A Down, Snot, The Dillinger Escape Plan, Rammstein, ma anche Tracy Chapman, Portishead, Pixies, Yeah Teah Yes… e tanti altri. Come stavo accennando prima, non vogliamo incanalarci in un genere stabilito, non ci interessa venir catalogati come band nu-metal, o crossover o metal o stoner, o con tante altre etichette che nel tempo ci sono state incollate. Noi vogliamo fare la nostra musica, e se dovessimo essere i primi di un nuovo genere… e sia. Quello che a noi interessa è fare musica di qualità, nel rispetto poi di quello che secondo è il significato della musica: uno strumento di unione e di armonia, al di là appunto di quelle che possono essere le varie catalogazioni.
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Il vostro album “Thought Before Action” è uscito da un anno cui sono seguite diverse tappe live all’estero e un conseguente sforzo promozionale. Come sta andando? Quali sono i riscontri che avete ottenuto?

Ivo: Gli sforzi e i sacrifici premiano. Una forte onda d’urto l’abbiamo avuta sicuramente dopo il tour con i Christian Death, lo scorso maggio. C’è stata poi l’apertura agli Zu, a settembre, al Circolo Degli Artisti a Roma. E adesso ci stiamo preparando per i concerti con i Linea 77 (27 marzo) e il Teatro Degli Orrori (15 aprile). Stiamo facendo dei piccoli passi. Ci stiamo facendo conoscere, il nostro nome sta cominciando a girare. E anche il pubblico, dopo la perplessità iniziale causata proprio dalla difficoltà a riconoscerci in uno o in un altro genere, ci sta apprezzando.

Vi siete affidati ad una label inglese per la realizzazione del disco: che differenza c’è secondo la vostra esperienza tra la discografia italiana e quella straniera?
Claudio: La grande differenza sta nella paura a investire nei nuovi gruppi che affligge l’Italia. E questo condiziona inevitabilmente il grande pubblico. E poi, all’estero, c’è proprio un altro modo di concepire il lavoro del musicista. È considerato un vero lavoro (e meno male!) e viene rispettato. Qui in Italia, invece, se dici che di lavoro fai il musicista la risposta è “Dai, non scherzare”.

Sempre troppo spesso le band nostrane devono affidarsi a strutture discografiche straniere per avere supporto e sperare di poter allargare i propri orizzonti. Questo principalmente a causa delle difficoltà nostrane in questo settore. Secondo voi c’è spazio per un cambiamento o la situazione italiana è destinata a rinchiudersi ancor di più in se stessa?
Ivo: No, crediamo che in questi ultimi anni qualcosa si stia muovendo, soprattutto grazie all’influsso musicale americano e europeo, che seppur in ritardo, sta arrivando anche da noi. La strada, comunque, è ancora lunga.

Ringraziamo i Them Philosophy per la disponibilità e ci auguriamo che le loro previsioni, in merito alla situazione italiana del mericato musicale, si avverino al più presto.

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