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Think Fink

La foto è di Carolina Boldoni

Non importa di che serata si tratti, il pubblico del Tunnel è irrispettoso nei confronti del gruppo spalla. Questa volta si sperava di no, dato che la folla era composta da donne e da gente con la faccia minorenne, eppure a fare da accompagnamento a Bianco e alla sua chitarra è stato il chiacchiericcio delle persone. Certo, Bianco cammina in equilibrio sul crinale tra “autoironia” e “sto parlando in maniera autoreferenziale del mestiere che faccio e delle sue difficoltà”, e probabilmente ha molto da rivedere, ciò detto, non cerco di sovrastare le sue canzoni parlando con gli amici.

In ogni caso, la digressione dell’astio non finisce qui, se proprio, qui comincia, perciò se siete venuti per leggere del concerto potete passare al paragrafo successivo. L’approssimarsi dell’inizio del concerto viene annunciato da un sacco di persone che spingono o che scavalcano come fossero un tank in Bosnia circa 1993 e gli altri presenti fossero cadaveri. Non da meno una TALE CHE GRIDA SENZA MOTIVO, si piazza accanto a me e snocciola una riserva di cliché misteriosamente inesauribile che inizia con «Eh ma in primavera ricominciano le belle giornate», prosegue con «eh ma noi siamo troppo preparati, ci meritiamo di passare avanti agli altri» e culmina con «Tra l’altro mi sono procurata “Lo Stravagante Mondo Di Greenberg”, il film da cui hanno preso il nome i Noah And The Whale». Eh no, mia buona amica, forse sei abituata a SCAVALCARE LE FILMOGRAFIE come le persone ai concerti, ma Noah Baumbach presentava “Greenberg” a Berlino QUATTRO ANNI DOPO che i Noah And The Whale si erano formati. Fine digressione.

Il pubblico si è accorto che i Noah And The Whale stavano attraversando in fila indiana la platea per raggiungere il palco perché in quel momento la Pantene ha dichiarato fallimento. In prima linea si vanno a piazzare i ricciolini composti di Charlie Fink, il frontman, e di Tom Hobden, violinista (e un sacco di altre cose) del gruppo. Laterali, Fred Abbott (chitarra e tastiere) e un tale che sembra il Leone Codardo del Mago di Oz (Matt Owens, al basso). Dietro una batteria ribassatissima, Michael Petulla.

I cinque cominciano trionfalmente con uno dei loro pezzi più completi, “Give A Little Love”, poi fanno una mini-incursione nel nuovo album, poi ritornano ai successi che fanno sudare il pubblico, speed-runnano “Shape Of My Heart” (e scusate il neologismo, ora me ne sto vergognando), intensificano “Wild Thing”, godendo del testo. Tom Hobden sorride al pubblico arrossendo e probabilmente pensando «ma quanto sono belli», Charlie Fink fissa assorto un punto imprecisato della sala, probabilmente pensando «ma quanto sono bello».
Ciò che, dal vivo, i Noah And The Whale sanno dimostrare, è che al diavolo il folketto, loro sono in grado di portare avanti un concerto denudandosi dei divertimentini acustici e portando avanti una cosa complessa, elettronica e densa di interventi completamente strumentali (che sono quelli – chi l’avrebbe mai detto – in cui riescono meglio). È per questo, forse, che “Love Of An Orchestra” non verrà mai bene dal vivo, così scarna e ripulita rispetto al disco. Insomma, non si tratta soltanto dei pulitini con le canzoni giuste e orecchiabili, e i testi ricolmi di rassegnazione aggrappata con le unghie a un filo di speranza, i Noah and The Whale sono anche dei mostri di tecnica sul palco, e sì, il concerto dura un’ora e un quarto, ma in effetti un quarto d’ora di più ci avrebbe saziati un po’ troppo.

Give A Little Love
Just Me Before We Met
Life Is Life
Give It All Back
Shape Of My Heart
Rocks & Daggers
Love Of An Orchestra
Blue Skies
Wild Thing
The Line
Our Window
Tonight’s The Kind Of Night
5 Years Time
Jocasta
Waiting For My Chance To Come
L.I.F.E.G.O.E.S.O.N.
*
Old Joy
First Days Of Spring

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