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This is a state of electrical shock

Non capita spesso che un concerto stupisca. Non è cosa di tutti i giorni che sul palco si trovino persone che non puntano a divertire il pubblico, quanto a divertirsi assieme ad esso facendo ciò che amano fare. E se l’esibizione di Shara Worden e della sua band lascia un segno, il merito non è da attribuirsi soltanto al talento – enorme – messo in gioco, ma piuttosto a un plus di attitudine che è molto raro riscontrare.

Il Musicdrome è decisamente vuoto. I pochi presenti, in gran parte giunti già all’apertura dei cancelli, possono godere dello show di Clare & The Reasons. La band, oltre a condividere con gli headliner l’appartenenza geografica, ha in comune con loro anche qualche tratto dello stile: mancano le distorsioni e il lato rock, ma l’ambito è comunque un pop indipendente arricchito da archi ed elementi cantautorali. La loro prova non fa gridare al miracolo, ma, grazie a una levità e a un gusto per le inserzioni elettroniche che ricordano i Devics, stabilisce un mood appropriato. Risate e interrogativi su una “Somewhere Over The Rainbow” il cui testo è totalmente costituito dalla parola “Obama” ripetuta per tutta la canzone.

Ma quando i My Brightest Diamond salgono sul palco è subito chiaro che si assisterà a un cambio di passo: Shara imbraccia la chitarra ed esegue una “Golden Star” decisamente più abrasiva della versione registrata, ma nonostante questo non si concede la minima sbavatura. La sua voce si mantiene a livelli altissimi per tutta la durata del concerto, senza mai palesare alcun segno di fatica, e dimostra come un bagaglio tecnico di assoluto spessore non produca necessariamente esecuzioni fredde o virtuosistiche, ma possa rivelarsi del tutto funzionale all’espressività.

All’interno della scaletta viene privilegiato il recente “A Thousand Shark’s Teeth”, obbligatoriamente semplificato negli arrangiamenti ma nonostante questo perfettamente lui; i brani estratti sono adattati con gusto e sentimento alla sede, e poiché gli strumenti presenti sul palco sono grossomodo un terzo di quelli impiegati nelle registrazioni, assumono un’individualità che nel disco appariva a tratti smorzata da un certo “effetto tappeto”. Vengono inoltre riproposti alcuni tra i brani più significativi del precedente “Bring Me The Workhorse”.

Le esecuzioni bilanciano in modo del tutto personale accuratezza e feeling e trasportano il pubblico silenzioso ed educatissimo in un mondo fatto di sentimenti, fauna privata e citazioni letterarie; Shara interagisce con una naturalezza disarmante, contestualizza le canzoni e si destreggia in un paio di siparietti illusionistici adorabilmente naïf. Il concerto si avvia alla conclusione con “Inside A Boy”, poi seguita da una cover di “Hymne Á L’Amour” di Edith Piaf, arricchita da un veloce spettacolino di marionette messo in atto dal resto della band. Richiamata a gran voce sul palco, Shara suggella la sua prova con “The Gentlest Gentleman”, bonus track di “A Thousand Shark’s Teeth”.

L’impressione è quella di aver assistito alla prova di artisti, senza aggettivi, nel vero senso del termine. La capacità di rapire e di intrattenere nella più totale naturalezza, senza atteggiamenti costruiti ma soltanto con un’ottima padronanza dei propri mezzi, è quanto di meglio si possa desiderare da una band; soprattutto se si impegna in una proposta musicale che normalmente rischia di scivolare verso l’eccessiva costruzione e l’esercizio di stile.

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