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This Is It

Non gli avevamo dato una seconda possibilità. A quel ragazzo mai cresciuto, passato dall’olimpo all’inferno mediatico, non avevamo avuto esitazioni a negare il beneficio del dubbio. Salvo poi, alla sua morte, agghindarci per una celebrazione sincera, evidente, persino imbarazzante nella sua portata e spesso fuori luogo.

Ma noi del pubblico, membri onorari della moltitudine, si sa, ci concediamo volentieri a processi indiziari, in piazza, dove ha ragione chi urla di più. Ci facciamo prendere la mano dall’impulso forcaiolo, tralasciando il fatto che, di solito, l’accusa (fondata o meno che sia) urla sempre un po’ di più della difesa (vere o pretestuose che siano le sue argomentazioni). Di errori ne abbiamo fatti tutti, nessun escluso. Nemmeno il buon Michael. Adesso, però, dopo avere demonizzato l’uomo, da vivo, è necessario fermarsi per evitare una frettolosa santificazione, mossa dalla commozione globale. Ora che Michael è morto.

Un fatto è certo: da quando Michael Jackson non c’è più, almeno l’artista è riuscito a far sentire la sua mancanza, a far tornare la febbre del moonwalk e la voglia di ascoltare le sue canzoni. Parafrasando: forse lo avevamo messo da parte troppo frettolosamente. Forse lo avevamo etichettato crudelmente. Sempre forse, avevamo tralasciato il talento innegabile, incontestabile, fondamentalmente necessario, di “quelli che non è lo stesso senza”, che possedeva il ragazzo. Una tesi dimostrata quasi matematicamente da ogni sua uscita, fosse anche il milionesimo best of – come questo “This is It”.

E se all’ennesimo prodotto inutile (!), per il quale i dirigenti discografici meriterebbero forse una denuncia per sciacallaggio e circonvenzione d’incapaci, si ha comunque di nuovo la sensazione che l’artista riesca ancora a comunicarci qualcosa, ad arrivarci in pancia e a stupirci, non si può proprio più far finta di niente.

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