Home > Recensioni > This Quiet Army: Unconquered

No man’s land

Personaggio iperattivo Eric Quach, chitarrista canadese e mentore del progetto This Quiet Army, che nel corso del solo 2008 ha già pubblicato due full length. Questo “Unconquered” esce per l’ottima Foreshadow, etichetta dedita a sonorità non propriamente easy-listening e che spazia agevolmente su diversi fronti: frugando tra le ultime cose in cantiere spuntano Nadja, i nostrani Thee Maldoror Kollective, passando per Duncan Patterson.

Il punto di partenza del lavoro di Mr. Quach non è differente da quello di un altro ottimo progetto a nome True Colour Of Blood, ovvero partire dal suono della chitarra e, per la gioia dei puristi del rock, destrutturarlo, manipolarlo e riportarlo verso lidi più vicini all’ambient, trasformando la sei corde in qualcosa di più simile ad un campionatore, un generatore di suoni che vengono poi rimodellati attraverso un lungo e laborioso uso di pedali, effetti e compagnia.
[PAGEBREAK] This Quiet Army tende però a non esagerare, il frequente innesto di melodie e percussioni e un certo rispetto per la forma canzone lo differenziano dalle più radicali scelte presenti nei lavori di Kesner: qui il suono delle chitarre trova ancora spazio di tanto in tanto, accennando delicate melodie prima di reimmergersi sotto la liquida superficie di suoni eterei e soffusi, sfiorando (sfiorando è bene ripetere) a volte una sorta di doom melodico.
Tuttavia questo alternarsi di arpeggi e atmosfere dilatate e fluide riesce a dare una dimensione interessante a questo “Uconquered”, il cui suono è proprio quello di una terra di confine, una landa ideale e desolata in cui due entità diverse si sfiorano, mischiandosi in modo irregolare.
Il disco è impreziosito anche da un paio di collaborazioni azzeccate: il lavoro di chitarra nell’ottima traccia di apertura è infatti opera di Aidan Baker, mentre sulle note di “The Great Escapist” si inserisce la voce di Meryem Yildiz, unico episodio cantato.

Un lavoro che, nonostante l’aspetto strumentale preponderante, ha dalla sua una non scontata varietà di atmosfere, dalle più marziali e apocalittiche di “Warchitects”, alle ipnotiche note di “Death Of A Sailor” e non scorda richiami alla psichedelia o al drone a testimonianza della volontà di Quach di gettare un ponte tra due realtà sonore ben distinte, ma forse non così lontane.

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