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Thor: Ragnarok”, terzo film dedicato al dio del tuono della Marvel, è una strana entità cinematografica. Un trickster, tanto per restare in tema, che, come la suddetta categoria mitologica, finge di essere altro, mescola le carte e sovverte le regole. Tutto con estrema astuzia ed intelligenza.

Un film che, come da titolo, dovrebbe raccontare di Ragnarok, la fine di tutto, di Asgard, degli dèi, del mondo, e dell’ultima epica battaglia tra Thor (Chris Hemsworth) e la dea della morte Hela (Cate Blanchett).

La verità è che al regista neozelandese Taika Waititi interessa solo portaci a Sakaar, il pianeta artificiale preso in prestito dalla saga “Planet Hulk” di Greg Pak, regalarci il migliore degli intrattenimenti e rendere il nostro soggiorno il più piacevole possibile. La cosa, forse, farà inorriditile i puristi dei fumetti Marvel, ma funziona. 

Ed ecco che su questo pianeta discarica, dove “finiscono le cose dimenticate”, Thor ritrova l’amico e collega Hulk (Mark Ruffalo), in una situazione molto simile ad alcune viste nella serie originale di Star Trek, ad esempio in episodi come “Il duello” o “Nell’arena con i gladiatori”, dove Kirk, Spock e McCoy erano costretti a combattere in diretta televisiva. Persino un personaggio come l’eccentrico Gran Maestro (Jeff Goldblum), che qui regna su Sakaar ed è molto diverso da quello dei fumetti, non sfigurerebbe in qualche vecchio episodio di Star Trek TOS.

È bizzarro come questo sia il secondo film Marvel, dopo “Guardiani della Galassia vol. 2”, che sembra riuscire ad adattare ad un prodotto moderno quel senso di meraviglia (anche se privato di ogni connotazione socio-filosofica) tipico di tipo certo di fantascienza démodé che francamente amo molto, in modo più coerente rispetto ai veri reboot di “Star Trek”.  Probabilmente tematiche e ambientazioni della Marvel Cosmica si adattano meglio a questo tipo di approccio, rispetto alla sci-fi moderna che si prende molto – troppo- sul serio. Chissà. 

A ben guardare, lo spirito diThor: Ragnarok” ricorda molto da vicino quello dei due volumi di “Guardiani della galassia” di James Gunn. In entrambi si può rintracciare uno sguardo nostalgico verso il passato e la centralità della componente umoristica. 

In realtà, ci sono delle forti differenze. Gunn è un regista con delle grandi intuizioni, uscito dalla factory più anticonformista d’America (la Troma), ma che ormai conosce molto bene le regole del gioco. Taika Waititi è un vero outsider, con alle spalle prodotti cinematografici indipendenti e estremamente originali, dall’impronta ben precisa (il divertentissimo mockumentary horror “What We Do in the Shadows”, co-diretto con Jemaine Clement, e  le storie di formazione “Boy” e “Hunt for the Wilderpeople”). 

Forse per questo, l’approccio di Waititi è molto meno ragionato di quello di Gunn, più diretto e genuino. Infatti, molte gag sembrano decisamente improvvisate e fanno ridere di gusto, anche ripensandoci a distanza di qualche scena.

Il punto di forza di “Thor: Ragnarok” è proprio questo umorismo travolgente, insieme alla notevolissima colonna sonora originale synth-pop di Mark Mothersbaugh (co-fondatore dei Devo) e ad un gruppo di protagonisti e comprimari che riescono a divertirsi e divertirci come non mai. 

Jeff Goldblum fa esattamente quello che ci si aspetta da lui, ed è strepitoso. Chris Hemsworth convince molto di più che in tutte le altre interpretazioni del dio del tuono, instaurando un’ottima alchimia da buddy movie con l’Hulk/Bruce Banner di Mark Ruffalo. 

Di contro, il Loki di Tom Hiddleston viene ritratto in modo eccessivamente macchiettistico e Cate Blanchett rimane imprigionata nella parte meno interessante della storia, decisamente sacrificata nel ruolo più convenzionale.

Quello in cui “Thor: Ragnarok” fallisce è nel riuscire ad amalgamare le sue due anime antitetiche, far convivere leggerezza e drammaticità nello stesso film. Non ci interessa mai davvero del destino di Asgard, vorremmo solo tornare su Sakaar a far baldoria. Tutto sommato, va bene anche così. 

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