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Ottimo disco, non un capolavoro

“Subsurfa”e rappresentava più o meno la prova del nove per gli inglesi Threshold, dopo il capolavoro “Hypothetical” e l’appena sufficiente “Critical Mass”. Si deve subito dire che la stampa specializzata ha incensato e osannato questa ultima fatica dei progster anglosassoni con recensioni eccellenti, definendolo come uno dei capolavori degli ultimi tempi. In questa sede, si tiene immediatamente a specificare che il disco in questione non è un qualcosa di unico nel suo genere, ma “soltanto” un ottimo disco. Il che rappresenta decisamente un passo avanti rispetto all’ultimo lavoro di due anni fa, che aveva lasciato l’amaro in bocca a più di qualche fan. Il songwriting è decisamente la qualità che si deve subito mettere in mostra: brani piuttosto complessi, ma al tempo stesso di presa immediata, con refrain e cori che rimangono subito impressi nella mente dell’ascoltatore. A questo si deve aggiungere che i testi sono ben articolati e rappresentano una critica alla società moderna, impressione che viene destata immediatamente anche dall’analisi della splendida copertina di Thomas Ewerhard. C’è da scommettere che brani come “Mission Profile” o “Ground Control” diventeranno i nuovi marchi di fabbrica della band e probabilmente resteranno per parecchio tempo nella scaletta dei live. Ancora una volta Karl Groom esegue il suo compito di produttore (oltre che di chitarrista solista) in maniera egregia: il sound è più cristallino del solito e permette alle tastiere di Richard West di ricoprire un ruolo di protagonista come mai lo era stato in passato. Cosa c’è di negativo in questo album allora? La band non riesce o non vuole più allontanarsi da quelle atmosfere create ai tempi di “Hypothetical” e questo può essere visto sia come un fattore positivo, in quanto i Threshold ormai hanno un sound facilmente identificabile, sia come un fattore negativo (e qui propendiamo per la seconda ipotesi), poiché dimostra una sorta di limite o paura di voler osare qualcosa in più, di esplorare nuovi lidi.

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