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“Ti chiamerò Cuchu o Papà”

“Lucido”, di Rafael Spregelbund per la regia di Milena Costanzo e Roberto Rustioni è divertentissimo, fa morire dal ridere e si conclude con un pianto mugolante. È un’opera in vasi cinesi e reiterazioni, ambientata a Buenos Aires e riadattata da due attori, che sono anche registi, ovvero la Costanzo (Tetè) e Rustioni (Dario e Nestor), che recitano con Antonio Gargiulo, il figlio Luca, e Maria Vittoria Scarlattei, la figlia Lucrezia.
Centro dell’opera è Tetè, che cerca in tutti i modo di tenere insieme pezzi che non possono stare insieme, e si presenta come personaggio amabile e irritante, nella sua mania di rivisitare i fatti (sempre nell’ottica della reiterazione), nel suo dire sempre la verità ed essere antipatica e cattiva e umana e pungente. Però, in realtà, Tetè non può accettare la realtà. E di chi è il sogno lucido?
In “Lucido” si parla di morte, malattia e ricerca di identità

La storia parte da una bambina che a 13 anni dona il rene al fratello di 10 anni.
Ma una bambina di 13 anni può donare un rene?

Dopo l’operazione, lei, le cui condizioni si aggravano, viene spedita a Mimi dove si cerca di salvarle la vita. Il bimbo si riprende dal coma, non trova più la sorella e resta solo con Tetè, la madre, perché il papà li ha abbandonati. È in cura da Cichu, o Papà, insomma, il terapeuta gestad Santiago Rosso, per capire che lui è qualcosa di diverso dalla madre (per farlo, si mette i suoi vestiti) e imparare il sogno lucido. Ciò che vediamo in scena è un misto tra i sogni di Luca, quelli di Tetè, i loro ricordi e le loro fantasie, in un sovrapporsi di piani e cambiamenti di punti di vista, sino al crudelissimo finale. Quando la famiglia tanto disfunzionale non è.
Spettacolare il meccanismo sotto l’opera, che si regge su interpretazioni senza sbavature e su uno humor nero e inquietante che strappa numerose risate, tanto che c’è chi, anche sul finale, ride. E non dovrebbe.

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