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Tim Burton ci racconta Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

Tim Burton sarà al cinema dal 15 dicembre 2016 col suo nuovo film, “Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali”. La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di Ransom Riggs, narra la storia di Jake, che in seguito alla morte del nonno mette insieme gli indizi che quest’ultimo gli ha lasciato per scoprire cosa c’era di vero nelle favole e nelle vecchie fotografie del suo amato parente. Tim Burton è arrivato a Roma per raccontare la sua nuova pellicola, che vede Eva Green nei panni di Miss Peregrine. Il regista è da subito apparso di ottimo umore, scherzando con un “Sembra quasi un contest di karaoke” quando il microfono ha iniziato a girare da un giornalista all’altro durante l’incontro.

Che tipo di scintilla ti ha portato a lavorare su questo romanzo?

Innanzitutto il titolo “ragazzi speciali” mi ricordava la mia infanzia e poi il modo in cui l’autore ha messo insieme gli ingredienti della storia, a partire da alcune vecchie fotografie. Faccio collezione di foto e a mio parere quelle vecchie ti raccontano la storia ma non te la raccontano tutta. Una foto conserva una parte di mistero, di poesia, di potente, di un non so che legato ai fantasmi. Mi è piaciuto proprio il modo in cui l’autore aveva messo insieme la storia.

Pensando alla diversità come la mostra il suo film, come una cosa da difendere con orgoglio soprattutto da chi non la comprende e quindi la teme, il pensiero va a lei bambino e speciale. Anche lei ha avuto da piccolo una Miss Peregrine, un anello temporale o una casa dei ragazzi speciali?

Si, è vero. Sono cresciuto in una cultura che ama dividere le persone per categorie, e in effetti ho avuto mia nonna, che appoggiava le mie peculiarità, e un insegnante d’arte, uno solo, che mi incoraggiava a essere speciale, a continuare a essere me stesso. Questa è una rarità ma è una cosa molto importante. Devo dire che sono stato molto fortunato. Bastano un paio di persone che riescano a vedere le tue particolarità e che ti incoraggino consentendoti di farle fiorire.

In che modo ha lavorato all’adattamento del romanzo e in che modo ci ha infuso dentro il suo mondo?

Non avevo sentito parlare del libro ma non appena ho letto il titolo “I Bambini speciali” sono rimasto colpito. Io stesso ho realizzato un libro sui bambini speciali (The Melancholy Death of Oyster Boy), tra l’altro molto diverso, quindi quando ho visto il titolo ho sentito immediatamente questo legame, soprattutto col protagonista, Jake. Il suo sentirsi strano interiormente, fuori posto: mi sono identificato subito.

Miss Peregrine è tra i suoi film, con “Ed Wood” e “Sweeney Todd”, senza le musiche di Danny Elfman. Come mai ha scelto Michael Higham e Matthew Margeson al posto magari di Shore col quale aveva già collaborato per “Ed Wood”?

In realtà, come nel caso del film “Ed Wood”, può accadere che Elfman sia impegnato o può succedere anche che ci sia un litigio, perchè noi siamo come una di quelle coppie che si lascia e si ripiglia in continuazione (ride, ndr). Torneremo a collaborare insieme, ma diciamo che aveva bisogno di prendersi una vacanza… una vacanza da me. I musicisti tendono a reagire alle cose in maniera molto drammatica (ride, ndr).

Cosa preferisce tra la stop motion e la CGI (computer-generated imagery) e quando preferisce usare una tecnica piuttosto che l’altra?

Amo la stop motion perchè ha come caratteristica quella di essere tattile: la puoi toccare, la puoi sentire, i pupazzi sono delle vere e proprie opere d’arte, però anche i computer sono speciali e riesci a fare delle cose davvero sorprendenti. Per esempio in questo film, la lotta tra le due bambole è realizzata con la stop motion ma dipende molto dal tempo che hai. La stop motion è fantastica ma richiede tantissimo tempo quindi la scelta dipende spesso da questo fattore.

tim-burton-miss-peregrine-locandinaA differenza del libro, il film ha un finale autoconclusivo. Come mai questa scelta? Non vuole cimentarsi in una saga o voleva apportare qualcosa di suo al film?

A volte i film si chiudono con una promessa di una nuova avventura, come l’idea di Miss Peregrine che guarda questi ragazzi che si allontanano. Per me questo è stato il modo migliore di concludere il film perchè il libro è basato su queste vecchie fotografie, che ti dicono qualcosa ma non ti dicono tutto della storia, lasciano spazio all’immaginazione. Per me le immagini in movimento dovevano essere usate proprio per catturare questo spirito: questo qualcosa che non sai bene che cosa sia. È stata una scelta più emotiva che intellettuale.

Dopo aver letto il libro, ha pensato subito a Eva Green per Miss Peregrine o anche ad altre interpreti, vista la differenza di età che c’è tra l’attrice e il personaggio nel libro?

Come detto prima ho usato il libro e le foto come fonte di ispirazione, e non so voi ma io vorrei una direttrice come Eva Green. Devo dire che è stata una scelta immediata perchè ha tutte le caratteristiche che il suo personaggio doveva avere: forte, divertente ma allo stesso tempo drammatica, potente, efficace e non ultima quella di essere credibile come persona che si possa trasformare in uccello. Secondo me Eva Green è come una star del cinema muto. Nei primi anni di scuola avevo un insegnante che era un po’ come lei: bellissima e divertente. I ragazzini la stavano tutti ad ascoltare, a differenza di altri insegnanti che detestavano e non ascoltavano. Con questa insegnante, qualsiasi cosa lei dicesse, i bambini la facevano.

Lei è sempre stato considerato un regista visionario, vede nel cinema attuale qualcuno che può essere paragonato a lei?

In realtà come me no. La sola idea che ci possa essere mi dà i brividi, mi fa uscire di testa (ride, ndr). In realtà non so neanche come sono io, figuriamoci se posso dire se c’è qualcuno simile a me. Sicuramente oggi ci sono altri visionari perchè le cose sono talmente cambiate e ci sono modi così diversi di fare cinema che certamente ci sono.

In una battuta del film Eva Green nei panni di Miss Peregrine dice “Non si parla del futuro, a noi piace vivere nel buon vecchio presente”. Anche per lei è così? E si può applicare anche al cinema, dove la carenza di storie viene sempre più coperta dagli effetti speciali?

In realtà si, perchè c’è questo discorso soprattutto per questi ragazzi che si sentono strani, che non si sentono di appartenere al mondo in cui sono. Il personaggio di Eva nel film li invita a vivere nel presente quanto più è possibile, cosa peraltro molto difficile anche per tutti quanti noi. Siamo sempre lì a guardare gli schermi, a guardare al futuro e al passato. Vivere nel presente e goderselo appieno sembra essere la cosa più difficile. Per quello che riguarda il cinema, i miei film sono abbastanza fondamentali, di base, nel senso che io uso gli effetti speciali solo come uno strumento per ottenere un determinato risultato, come fosse un aiuto. Cerco sempre di mantenere la storia quanto più radicata a terra possibile.

Lei ha lavorato anche sui supereroi, prima Batman e poi Superman con Nicolas Cage (mai realizzato), anche in questi bambini c’è qualcosa del supereroe?

Interessante perchè quando uscì Batman sembrava appunto un nuovo territorio da indagare e scoprire, mentre adesso praticamente ogni settimana esce un nuovo film sui supereroi. Quello che mi è piaciuto in particolare di questi bambini è che hanno i loro poteri e le loro specialità ma fondamentalmente poi restano bambini. Questo è il tema più importante. Magari loro si sentono strani ma poi alla radice sono dei bravi bambini con le loro emozioni e, nonostante i poteri, si comportano da bambini, come qualsiasi altro bambino.

Il film ha un target specifico?

Interessante perchè questa domanda mi è stata fatta tantissime volte nel corso degli anni. Io stesso l’ho posta all’autore del libro, che mi ha risposto “In realtà ai bambini è piaciuto, agli adulti anche, ma io l’ho scritto per me”. E questo vale anche per i miei film. Non realizzo un film per un particolare tipo di pubblico. Mi è stato più volte detto che le mie storie piacciono a un particolare tipo di pubblico, ad esempio che “Sweeney Todd” piacesse soprattutto alle ragazzine sui dieci anni, ma secondo me neanche dovrebbero vederlo le ragazzine di dieci anni. Oppure altri film sono piaciuti al cane (ride, ndr) ma io non scrivo il film per il cane o per il bambino. Lo realizzo per tutti perchè abbia qualcosa che possa essere interessante per gli adulti, per i bambini, Non mi concentro su una fascia di pubblico particolare.

Vedremo mai Beetlejuice 2?

Ho elaborato una regola: non parlo dei progetti futuri fin quando non si stanno concretizzando. Mi è successo con altri due film: ne parlai e vennero annullati, quindi quando sarò sul set del prossimo film, vi dirò cosa sto facendo. Per quello che riguarda Beetlejuice ovviamente il personaggio mi piace tantissimo ma bisogna vedere come andrà a finire. Continuo a pensare che quello sia un film veramente insolito, ancora non riesco a capire la ragione per la quale ha avuto successo. Il personaggio mi piace ma staremo a vedere, preferisco non pianificare con troppo anticipo. Non dimenticate il miglior film che non ho mai fatto, Superman! L’avreste adorato, sarebbe stato fantastico! (ride, ndr)

In questo film c’è anche un suo cammeo. Cosa può dirci sulla sua apparizione nella scena dell’ottovolante?

È successo che avevamo finito le riprese e anche i soldi, però mi serviva di ripetere alcune scene così io e qualche altro amico siamo saliti di nascosto sull’ottovolante. Credetemi, se avessi avuto qualcuno altro pronto a farlo ce l’avrei mandato perchè detesto vedermi sullo schermo.

In un mondo dove il digitale la fa da padrone, che spazio resta per le favole di carta, quelle che una volta ci leggevano i nonni?

In realtà non lo so. È esattamente questo tipo di storie, però, che mi hanno sempre interessato e continuano a interessarmi. Ed è questo il motivo per cui mi sono sentito tanto attirato da questa storia, perché conserva quella parte di mistero, poesia, sorpresa. Questo è il tipo di storie che ho sempre cercato di raccontare e che continuerò a cercare di raccontare.

tim-burton-intervista-2Come vede i ragazzi di oggi? È più difficile tirare fuori il loro essere speciali?

Credo che oggi sia ancora più difficile. Oggi chiunque può dire qualsiasi cosa o etichettare qualcuno come strano. C’è una specie di bullismo senza nome e senza faccia che mi disturba tantissimo. Oggi vai a un concerto, ti godi la musica e se ti guardi intorno stanno tutti col telefonino. È vero, lo faccio anch’io. Alla fine una persona non si gode il presente perchè lo vive attraverso un dispositivo. E quello che fanno oggi i ragazzini è giudicare il valore di se stessi in base al numero dei like. E questa è una cosa che io trovo triste e anche molto allarmante.

In “Big Eyes” gli occhi rivestivano un valore molto particolare, e anche qui giocano un ruolo importante. Cosa sono per lei?

È una cosa di cui non mi ero reso conto. Anche quando abbiamo realizzato “Nightmare before Christmas” come si poteva avere il personaggio principale senza occhi? Quindi alla fine questi occhi sono stati creati ancora più grandi. Ed è anche per questo motivo che per me è molto importante avere degli attori che siano come gli attori del cinema muto, che siano in grado di comunicare senza parlare, in grado di proiettare verso gli altri semplicemente con la presenza, per questo ho scelto Eva Green. Lei ha questa forza, questa potenza, la capacità di far arrivare qualcosa attraverso lo sguardo. Il cinema è un mezzo estremamente visivo, quindi gli occhi svolgono un ruolo molto importante.

Com’è cambiata la rappresentazione degli occhi nelle sue opere? Come mai alcuni personaggi vengono rappresentati solo in superficie senza andare in profondità su chi sono e cosa riescono a fare?

In realtà non credo sia cambiato molto da quando ho iniziato a fare cinema. Gli occhi sono la prima cosa che noto quando una persona entra in una stanza. In questo libro le foto ti raccontano qualcosa ma non proprio tutto e anche il cinema conserva quella parte di mistero: ti fa arrivare una parte del messaggio ma non tutto. Ti lascia immaginare e questo è ciò che secondo me i bravi attori hanno.

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