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    Timber Timbre

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TIM, TIMBO, TIMBER

Il titolo, per chi già non lo sapesse, viene da qui.

Timber Timbre è essenzialmente Taylor Kirk, canadese. Il suo nome d’arte deriva dal fatto che Kirk registrò i primi pezzi all’interno di un capanno di legno.
“Timber Timbre”, a dispetto del titolo, è il suo terzo lavoro. Dominato com’è da chitarre acustiche, organi, e dalla voce di Kirk (un incrocio tra M. Ward e Devendra Banhart, ma con in più un accento irriproducibile), ci sono tutti i presupposti per il tipico album folk che attira, OK, ma qui abbiamo anche qualcosa di più.

Le composizioni sono incredibilmente scarne, ma sia l’immaginario che la strumentazione sono nebulosi, sporchi, lontani anni luce dal folk pulito da classifica indie. L’incedere lento e marziale degli otto brani lascia attoniti e ipnotizzati per tutta la loro durata.

E le buone notizie non sono finite: Kirk scrive dannatamente bene, anche e soprattutto quando parla dal punto di vista di un cadavere in putrefazione all’interno di un sogno (“Lay Down In The Tall Grass”). Ci si impantana felicemente con Kirk nelle sue allucinazioni di morte, impossibilità di redenzione e cristianità tormentata. Facendo le dovute proporzioni, ci troviamo di fronte a una specie di Nick Drake travestito da Edgar Allan Poe che cerca di smuovere la sua zattera, ferma nel centro di una palude della Louisiana, a colpi di lunghi bastoni. Ecco le buone notizie.

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Contro

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