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Arriva da lontano “Timbuktu” di Abderrahmane Sissako, il primo film in Concorso alla 67esima edizione del Festival di Cannes: ambientato (almeno nella narrazione) nel Mali, nazione d’origine del regista, e girato in Mauritania.

Decisione forte e condivisibile quella di aprire la competizione con questa potente invettiva contro l’idiozia del fondamentalismo islamico, e in senso lato di ogni fondamentalismo. Non ci troviamo di fronte a un film anti-Islam, si badi bene, ma ad una denuncia contro la distorsione del concetto di legalità in nome dell’Islam stesso.

Siamo nella periferia di Timbuctu, dove spadroneggia una sedicente “Polizia islamica” impegnata a vietare violentemente ogni libera manifestazione del pensiero umano: musica, vestiario, scelte amorose. Ci concentriamo su un pugno di abitanti della città, sulle loro abitudini, sulla loro quotidiana lotta per la ricerca di spazi di libertà e di autodeterminazione.

La lingua araba è ibridata ormai irrimediabilmente con l’inglese e il francese, e questo causa continui fraintendimenti, fedele specchio simbolico dell’incomunicabilità interna di cui è affetta una società chiusa, divisa in compartimenti stagni. Le donne provano a ribellarsi, con gesti semplici, rifiutandosi di coprire il capo, cantando una canzone: ogni piccola ribellione è repressa, nel sangue. Una terrificante scena di fustigazione è rappresentata con una potenza al cui confronto il patinato e iperosannato “12 anni schiavo”, semplicemente, scompare.

C’è anche un importante lezione culturale da apprendere per noi occidentali traviati dalla parzialità di un certo tipo d’informazione: il Corano è un libro di pace, l’imam della moschea arringa i violenti oppressori armati con un toccante sermone, “dialoga coi tuoi nemici” è il concetto chiave. C’è spazio anche per l’ironia: la costruzione del finto filmato “jihadista” è esilarante.

Un’opera che sottolinea l’importanza del punto di vista “interno”: ad una cultura, ad una società, ad un mondo. Narrato, tra l’altro, in un’ottima forma cinematografica: la sequenza in campo lungo di un omicidio e un’atroce lapidazione sono momenti che difficilmente saranno presto dimenticati. Qualche lungaggine nella seconda parte, qualche attesa di troppo nel tirare le fila rovina solo in parte un’opera che speriamo trovi una distribuzione decente nel nostro Paese. Da proiettare nelle sezioni leghiste a mo’ di “cura Ludovico”.

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