Home > Recensioni > Time Out of Mind

A rischiare per produrre cinema “diverso” a Hollywood sono rimasti quasi solo gli attori. Richard Gere, che aveva il soggetto in mano dalla fine degli anni 80, mette la sua faccia e un po’ di soldi per girare “Time Out of Mind“, e a farlo chiama il quotato sceneggiatore Oren Moverman (“Io non sono qui” per Todd Haynes, con Gere tra i protagonisti che lì lo conobbe), che si occupa anche di riscrivere e ricalibrare il copione ai nostri tempi. E lavora al minimo sindacale, perchè c’è Gere. Che qualcuno preservi la vecchia leva di divi, se la loro voglia di protagonismo vuol dire anche mettere in produzione progetti che altri non possono più fare.

In concorso nella sezione Cinema d’Oggi al Festival Internazionale del Film di Roma 2014, “Time Out of Mind” è un interessante esperimento linguistico, più che narrativo, che soffre paradossalmente proprio della scarsa empatia che il pubblico prova verso l’onnipresente protagonista, vero motore della (non) azione e che motiva l’esistere del film nella sua totale assenza di motivi per continuare a vivere, un continuo paradosso che è però il vero cuore dell’operazione.

Si vorrebbe replicare la realtà, pedinarla, mostrarne dei brandelli attraverso il vagare del protagonista attraverso la città di New York, e per farlo si usano una serie di artefici totalmente cinematografici e finzionali, come il gioco continuo con l’ a e fuori fuoco e l’audio dissonante che mira a provocare straniamento rispetto alle immagini, per tenersi distanti dal ricatto emotivo, e finisce per tenerci troppo distanti da quanto mostrato.

George Hammond (Richard Gere) è un homeless, un senza tetto. La moglie è morta di cancro, la figlia non vuole più vederlo, per un po’ di tempo ha trovato amiche che gli hanno concesso ospitalità e compagnia a letto, ora è solo e in mezzo alla strada. Lo seguiamo per alcuni giorni di vita, mentre lotta per la sopravvivenza e solo per quella, per non morire di freddo, per un posto caldo, convinto di non poter ambire a più che questo, convinto di meritare tutto questo. È solo una delle mille motivazioni diverse per cui un uomo può trovarsi a vivere in mezzo alla strada, e ne conosceremo tante altre, di tutti i tipi. George sente l’esistenza stessa scappargli via, la sua mente sull’orlo del tracollo ma, fino a che anche una sola persona è interessata a quello che ci succede, noi esistiamo eccome…

L’operazione stilistica è interessante. La macchina da presa inquadra in maniera discreta e non invasiva, rimane fuori dagli interni, al freddo. Si avvicina a George nei momenti di riposo, quando anche la sua mente smette di vagare. E il tappeto sonoro è formato dai rumori della strada, amplificati, da brani di conversazioni captate, da mille vite che s’intersecano e che noi seguiamo solo per pochi minuti o secondi. Non siamo dentro la testa del protagonista, noi ascoltiamo quello che ENTRA dentro, senza filtro, come un ininterrotto brusìo che non accetta la sua condizione naturale di rumore di fondo, ma preme per diventare materiale da primo piano, insistentemente, e non da mai tregua. Moverman e Gere volevano girare un piccolo film sperimentale quasi da “New Hollywood” ma, con la paura di realizzare uno dei soliti melodrammi commoventi che hanno riempito la carriera dell’attore, finiscono per mantenere lo spettatore ad una sorta di “distanza di sicurezza” che forse è l’esatto contrario delle ambiziose intenzioni iniziali.

Guardatelo con questa chiave di lettura che vi ho dato, e potrebbe davvero interessarvi, anche molto; anche perchè, in vaso contrario, potreste anche annoiarvi molto.

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