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    Timecut

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Quando l’underground esce dalla tana

Timecut. Il nome racconta di una band nata dalle ceneri dei Hangin’ By A Thread e Susan Acid.
Trio proveniente da Bologna e formatosi nel 2004 con l’obiettivo di comporre musica dalle atmosfere ipnotiche, completata da testi visionari. Dicono che suonano warped rock, ma per i più profani è meglio parlare di un mix ibrido e ben riuscito di nu metal e modern rock elettronico. Scorci di cruda cupezza, marmo lucido: ricordano gli Alice in Chains coi loro richiami grunge irrorati di acido ma con quel po’ di zucchero che rende tutto molto godibile e gustoso. Ma portano alla mente anche i Deftones e i Nine Inch Nails, ma lasciandosi alle spalle gli arabeschi e i virtuosismi per abbracciare ritornelli orecchiabili e melodie fluide.

Alternativo è la parola d’ordine. Disco che non tributa spudoratamente, ma cammina con le proprie forze e il proprio estro.
“Pianoloud” sfonda i muri con riverberi “tooliani” e immagini di ciminiere scaraventate in un cielo border-line: batteria piena, chitarra trascinante, microfono caldo; “The Meat Show” inquieta; obliqui i riverberi strumentali di “‘Bout You Selfish”; granitica “Idol On The Cross”, melodia che graffia e brucia, insinuandosi in “Incubo”, il brano successivo che manda in tilt ogni pregiudizio o previsione frantumando la struttura e violentando la ritmica sottolineata dall’esplosione incontrollata della chitarra e dalla bella voce di Bait.

Con “Doublethink Revival” le coordinate impazziscono, fino a “Watch Me”, uno dei brani migliori. “My Flesh Coffin” oscilla tra spigoli e morbidezze vocali; “LondonGrey” si sviluppa lineare mentre “The Gift” si apre delicatamente con note di chitarra come gocce su metallo; infine, “Street Spirit” è un controtempo insolito, ricercato con melodie che quasi rimandano allo Sturm Und Drang dei Muse.

I brani sono imperniati su un utilizzo della chitarra non invasivo che, senza sovrastare gli altri strumenti, partorisce sonorità oscure, dissonanti, a tratti ancora un po’ acerbe. Ritmiche mai troppo sostenute ma possenti. Suoni a volte rarefatti, intimisti, ombrosi. Sofferti. Insomma, un songwriting costante e degno di nota. Underground che emerge.

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