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Timide note

“Suonare a Napoli è qualcosa di sacro”. Così saluta il pubblico del teatro San Carlo un timidissimo Giovanni Allevi chiamato nel capoluogo partenopeo per aprire la rassegna nonsolopiano 2008, che da uno spazio alla musica intrappolandola ora nel più antico teatro lirico d’Europa ora in un museo d’arte contemporanea – il Madre, quel palazzo alle spalle del Duomo che crea un’affascinante antitesi tra lo sperimentalismo dei nostri giorni e l’antichità di una città da sempre in bilico tra arte e tradizione – .
Tutto esaurito al San Carlo. La rassegna degli Angeli Musicanti ha radunato un pubblico numeroso e variegato, il nome di Allevi ha unito i pezzi di un puzzle artistico dal disegno degno di merito.
Entra in scena correndo, come chi è riuscito a prendere coraggio dopo aver sconfitto la paura di un palco importantissimo. La timidezza si tramuta in separazione da sé. Allevi presenta i primi brani dicendo “e ora ascoltiamo”. Si accomoda metaforicamente in sala e gode, insieme agli altri, delle note di quel bravo pianista che accarezza la tastiera come una musa a cui donare il più grande ringraziamento. Il pianoforte è lo strumento che lo trasforma; padroneggiare le note è un atto forte. Ma forte non è la sua sicurezza quando, tra un brano e l’altro, interagisce col pubblico.
La storia della sua carriera, dalla sua Ascoli Piceno al monolocale di Milano, dalla famiglia al lavoro da cameriere, il viaggio in America, il primo provino, la vita ad Harlem, la gente del posto, la Cina. Il cielo di un’altra città, il soffitto di un’altra casa, l’ansia di una nuova vita, suggestioni di celebri pennellate. La musica – e stasera il concerto – di Giovanni Allevi è tutto questo. Non c’è niente di più intimo dei segreti quotidiani, delle emozioni durate un attimo o di un volto incontrato per caso. I segreti quotidiani, quelli piccoli, quelli che magari non vale la pena chiamare ‘segreti’ ci rendono vivi. Il merito dell’artista sta nel coraggio di renderli espliciti, ora tela, ora parola, ora nota. Allevi ha scelto la musica e la riempie di filosofia, di classicità, di bellezza.

Ecco da dove deriva lo stupore del pubblico: quel ragazzo che ha riempito il San Carlo racconta di sé con la luce di un bambino. Gli eventi sembrano accadere per la prima volta e l’emozione, quella di cui il pianista si è vestito, è sincera, tangibile, credibile.
Raccontarsi ed essere così bene accolto fa sì che un pizzico di timidezza ceda il posto alla consapevolezza di essere apprezzati. Le presentazioni delle canzoni si tramutano in un “questo è” e poi un “facciamo”. Perché se quei tasti scorrono sotto le dita in una maniera così sublime il merito deve essere di tutti, di chi applaude e di chi accoglie gli applausi. Ma allora quali sono i ruoli? Tutti applaudono, compreso Allevi. Ogni pezzo che termina è il momento in cui va ringraziato il pianista e chi lo ha supportato.
“Back To Life” è il titolo del brano più commovente della serata. Sarà quella melodia malinconica, sarà la speranza di un ritorno alla vera vita di questa splendida città, sarà semplicemente la tenerezza di un’aria ormai abbastanza riscaldata dalle note… il San Carlo applaude, tanto e di cuore.
Il sapore che lascia la fine del concerto ha la forma di una scia di tenerezza. E il gusto è quello dolce della musica, non potrebbe essere altrimenti. Nel dolce periodo della primavera ascoltare musica al San Carlo non potrebbe avere sapore diverso.
E le parole, anche quelle di una recensione, dovrebbero cedere il posto alla magia di una trasformazione: la musica che diviene appetito, dei sensi.

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