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Tinie Tempah: presenta “Demonstration”

Abbiamo incontrato Tinie Tempah nella sede Warner di Milano, per una breve round table. Purtroppo Tinie non era in Italia per dei concerti, ma di passaggio per fare promozione del suo ultimo disco, “Demonstration”, uscito il 4 novembre scorso. Ecco il risultato della chiacchierata.

Perché hai intitolato il tuo album “Demonstration”?
Come rapper inglese ho sempre avuto la sensazione, ma questo vale in generale per i rapper europei, che noi dovessimo costantemente provare il nostro valore, visto il rapporto con l’hip hop americano, che da sempre indica la strada. Quindi dopo il successo del mio primo album, “Disc-Overy”, sono diventato molto più sicuro di me stesso, e volevo dimostrare di poter fare un buon album di musica rap che fosse però qualcosa di più che musica rap. Volevo anche dimostrare ad altri artisti rap inglesi ed europei che stanno tentando di fare dei crossover musicali e di guadagnare maggiore visibilità nell’ambiente mainstream, che è possibile trovare il giusto equilibrio, nel senso di fare musica che sia underground e particolare ma anche più internazionale, con altre prospettive, che funzioni in radio o in altri paesi. Che è quello che credo di essere riuscito a fare e di aver dimostrato nell’album.

Com’è essere un rapper inglese negli USA? Perché hai deciso di cambiare studio di registrazione e tornare nel Regno Unito?
Essere un rapper inglese e fare avanti e indietro negli Stati Uniti da una strana sensazione, perché non riesci mai a sentirti come uno di loro. Ma questo è perché sei così diverso. È come se brillassi, come se avessi una luce attorno a te. Hai un’identità totalmente diversa, e vieni considerato per motivi diversi dal solito: perché sei inglese o parli di cose così strane. Quindi in un certo senso non è una bella sensazione, essendo io cresciuto ascoltando un sacco di hip hop americano. Ma qualunque cosa io tenti sembrerò sempre inglese. Non riuscirò ad avere quel certo sound. Però la vedo anche in una maniera positiva, perché posso usare tutte le cose che mi rendono diverso come un vantaggio, negli Stati Uniti.

Infatti abbiamo avuto un grande successo con “Written In The Stars”, arrivando alla nona posizione nella classifica americana, ed è stato come avere una dimostrazione del fatto che non devi suonare in un certo modo per forza, ma fare solo le cose come ti senti, e allora la gente reagirà sulla base di questo, sul fatto che fai buona musica o no.
Ho lasciato gli USA durante le registrazioni perché, visto che registrare un album è un processo ancora relativamente nuovo per me, volevo stare a mio agio nel farlo, soprattutto per un album così importante. E negli USA, soprattutto a Los Angeles, ogni giorno era tipo “Grande! Questo è fantastico!”, ogni giorno! E questo non è possibile. Avevo bisogno di tornare dove la gente fosse più onesta, con persone che io conosco e che mi conoscono e che quindi mi possono dire realmente cosa pensino.

Com’è stato lavorare con Dizzee Rascal?
Lavorare con lui è stata un’esperienza di quelle che ti cambiano la vita. In quest’album ho collaborato con un sacco di gente fantastica, come Emeli Sandé, Paloma Faith, Laura Mvula, Labrinth… Ma io ho cominciato ad ascoltare Dizzee Rascal quando avevo dodici anni, e ora ne ho venticinque, e ho scritto la canzone quando ne avevo forse ventitré, ed entrare nello studio assieme a lui quando da dodicenne stavo seduto sul pavimento ad ascoltarlo alla radio è stato… (spalanca gli occhi ndr) Credo che qualunque sia il tuo artista preferito la sensazione è quella, è un eroe per te, e lavorare con lui è stato veramente grandioso.

Cosa c’è di diverso nella tua musica rispetto ai temi soliti trattati da artisti dello stesso genere?
Il mio modo di fare è più sporco, più underground, legato alle cose che sento più vicine a me, in maniera diversa rispetto allo stile statunitense. La mia musica non assomiglia per niente a quella per una questione di approccio, per la mia mentalità, per il fatto che non sono il classico musicista da tavolino. Non ho mai suonato il piano con qualcuno che mi dicesse cosa fare, ho imparato tutto da solo, quindi il mio è un approccio sempre piuttosto grezzo. Io faccio quello che sento, come giovane uomo, e mi sembra di vivere quello che vivono molti altri giovani nel mondo, soprattutto nelle città più grandi, dove c’è come una cultura simile tra i ragazzi di Parigi, Milano, Berlino, Londra, ora in maniera molto più forte rispetto ad alcuni anni fa. I vestiti che portano, le cose che gli piacciono e la musica che ascoltano… Non mi vedo come un eccezione. L’unica cosa diversa è che io ho registrato degli album, faccio musica in cui credo la gente di qualunque posto possa ritrovarsi.

Qual è il significato dietro all’immagine di copertina del tuo ultimo album?
Ho parlato di ciò anche con quelli della mia etichetta, e riguarda una cosa che ho dovuto affrontare dopo il primo album, cioè la celebrità, l’essere conosciuto oltre la musica che faccio. La fama e le cose che la riguardano solitamente, cosa indossi, con chi esci… e non è quello che mi aspettavo, non è quello cui aspiravo quando ho cominciato a fare musica. Dopo il primo album e il suo successo ho sperimentato per più di un anno questo tipo di vita, con la fama ad un livello così intenso, e non solo nel backstage dopo un concerto, ma veramente dappertutto. Non volevo essere un artista di questo tipo, volevo lasciar parlare la musica.

Cosa c’è dietro alla canzone “Tears Run Dry”, una delle più personali dell’album?
Quella è probabilmente una delle mie canzoni più personali. Come ho detto prima con “Demonstration” ero più ambizioso e volevo fare canzoni rap che però non necessariamente dovessero suonare come rap, in modo che tutti potessero ascoltarle. Quindi ho deciso di affrontare il tema della celebrità, con sempre più persone che cominciavano ad interessarsi alla mia vita al di fuori della musica, e ho come fatto un controllo non solo dei miei amici ma anche di chiunque sapesse chi io fossi. Lasciare entrare le persone anche solo un poco di più a fondo nella mia vita, anche se questa non è sempre la cosa più facile da fare. Ti trovi a disagio, soprattutto in questo momento in cui abbiamo Instragram o Twitter e tutto è così social, e se metti un qualche dettaglio in una canzone può esserci qualcuno che dica “Ehi, questo sono io!”, per poi diffonderlo e poi non sai cosa possa succedere. Così in questa canzone parlo di come la celebrità abbia influito su certe dinamiche della mia vita, il mio rapporto con le ragazze, con la mia famiglia o con altri musicisti, soprattutto altri MC, e alla fine è come se mi mettessi i miei occhiali e facessi finta che tutto è ok.

È vero che il secondo album è più difficile del primo?
Si, assolutamente. Specialmente quando il tuo primo album raggiunge un tale successo. Mentre stai creando non credo sia sano pensare a quello che hai fatto prima, e concentrarti solo sull’aspetto creativo. Poi verso la conclusione cominci a realizzare, e questo contando il fatto che io non mi occupo dell’aspetto affaristico, io faccio solo musica, cominci a partecipare alle discussioni d’affari e pensi “Woah, stavolta forse potrebbe essere un po’ più difficile”. Insomma, quando pubblichi il tuo primo album nessuno sa cosa aspettarsi, e tutti sono curiosi e interessati.

Ci parleresti dell’evoluzione del progetto “Disturbing London”?
Certamente. In poche parole io e D. (Dumi Oburota, manager e cugino di Tinie Tempah ndr) lo abbiamo creato nel 2007 visto che io volevo diffondere la mia musica e lui è un tipo fantastico che voleva fare da manager e pensava di saper riconoscere in cosa un sacco di ragazzi inglesi, soprattutto dell’ambiente urban, stessero sbagliando, e di poterli aiutare, far si che si affinassero un po’ per raggiungere il successo, e tutto è cominciato così. Poi c’è stato il primo video che ho fatto, spendendo tipo 800€, che ho recuperato lavorando in un call-center, e lui è arrivato dicendo di spendere più soldi per il video ed essere più creativi, e in generale lui era per spendere sempre più soldi per avere un prodotto migliore.

E da tutto questo è arrivato il mio primo album, che è stato una cosa fantastica per Disturbing London in quanto compagnia indipendente per avere maggiore visibilità, e ora noi abbiamo sotto contratto quattro o cinque artisti fantastici che sono distribuiti da altre major come Atlantic, Polydor, Parlophone… E ora abbiamo cominciato a lavorare anche nella moda, con la prima linea d’abbigliamento fatta con Maharishi, che ha avuto un ottimo risultato.
E insomma è un’agenzia di management, è un’etichetta discografica, è un fashion brand, pubblichiamo libri, e nel futuro vediamo un percorso che può comprendere qualunque aspetto. Potremmo fare anche un film nel futuro, non ne sarei sorpreso. Qualunque cosa legata alla creatività, insomma.

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