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Tiny Vipers: La ragazza con la chitarra

È uscito da pochi mesi il suo secondo disco, “Life On Earth”. Lei si chiama Jesy Fortino, in arte Tiny Vipers. È timida e introversa. E leggendo quello che segue, forse, potrete capirne un po’ di più.

Quando è cominciato tutto? Quando hai iniziato a suonare la chitarra e a cantare?
Lavoravo in una panetteria a Oakland, California. Lavoravo dalle 2 di notte fino alle 10 di mattina. Dal momento che il mio orario era esattamente il contrario di quello di chiunque altro, passavo la maggior parte del mio tempo da sola. La mia compagna di stanza aveva una chitarra acustica e nel tempo libero la suonavo. Poi un’amica andò in Messico per un lungo periodo e mi chiese di tenere alcune delle sue cose nella mia stanza, che era una soffitta molto grande. Nessuna finestra, ma molto spazio. Sognavo sempre di trovare qualche passaggio segreto verso un altro mondo o una stanza segreta con antichi resti: era un posto strano. In ogni caso avevo abbastanza spazio per tenere anche la roba dei miei amici quindi dissi sì. Tra le cose che mi lasciò c’era anche un violoncello e dopo averlo osservato per un paio di settimane cominciai a suonarlo, non sapevo come accordarlo ma con il tempo imparai come fare a farlo suonare.
Non avevo né un computer né una televisione né un cellulare. Ripensandoci, era una vita piuttosto semplice. Non parlavo spesso con la gente e non avevo un lettore cd né alcun altro strumento d’intrattenimento. Ero tagliata fuori dal mondo, come la maggior parte delle persone che di notte fanno il pane. Ascoltavo musica solo al lavoro, ma avevo solo un paio di cassette che avevo trovato in giro. Una di quelle cassette era dei Tangerine Dream, e l’adoravo. Non avevo altro, quindi l’ascoltai fino alla nausea. Se ci ripenso, quella cassetta è la colonna sonora perfetta per la mia vita di allora. Poi ho trovato un registratore, non era un granché, ma siccome le mie piccole composizioni stavano diventando troppo complicate per essere ricordate ne registravo pezzetti spiegando cosa facevo.

“Life On Earth” è il tuo secondo disco. Come ti senti a riguardo? Ci racconti qualcosa sulla nascita del disco?
Sono davvero contenta. È esattamente come volevo che fosse. Non mi sono mai sentita così per un mio disco. Tutto è venuto in modo molto naturale e facile. Dal tour alle interviste. Cose che non mi fanno più lo stesso strano effetto che mi facevano con il disco prima, perché di “Life On Earth” mi sento davvero soddisfatta. Il disco è fatto e nella mia mente è perfetto, quindi, in un certo senso, la pressione è scomparsa. Se alla gente piace è un bene, e se non piace va bene lo stesso. Dentro di me, però, sono proprio orgogliosa.
La creazione di “Life On Earth” è stata un processo organico e di visualizzazione astratta. Nessuna formula. Solo un senso di preservazione e autenticità. Volevo essere sempre concentrata e non farmi distrarre da niente. Nella musica e nella registrazione, almeno per me, ci sono sempre molti dubbi e pensieri negativi: sono una persona molto insicura. Non ho nessuna nozione tecnica, ho imparato tutto da autodidatta e quando la sicurezza viene meno non ho niente su cui appoggiarmi. È solo grazie alla sicurezza che riesco a suonare per la gente ed è difficile mantenerla sempre. L’ultimo disco, “Hands Across The Void”, non era esattamente come lo volevo: quando l’ho finito volevo cambiare delle cose. Non ero contenta e i concerti non sempre andavano bene. Le due cose hanno davvero fatto crollare la mia sicurezza. Ho dovuto cercare di raccogliermi in me stessa, di credere in me stessa. È stata dura e ho passato tempi difficili, ma alla fine ne sono uscita più sicura, e non solo nella musica, anche nella vita. Una sorta di certezza sul fatto che nella vista esistono significati, bellezza e cose meravigliose anche quando non riesci a vederle. Credo che “Life On Earth” sia nato da questo.?
[PAGEBREAK] Seattle ha qualcosa a che vedere con il sentimento di melanconia che hanno le tue canzoni?
È difficile da dire. Però credo di sì, in qualche modo sì.

Almeno fino allo scorso anno lavoravi come cameriera in un ristorante. Hai ancora un lavoro diverso dalla musica? È per ragioni pratiche, per sbarcare il lunario o cosa?
Ho ancora un paio di lavori. Sono spesso in giro e quindi copro i turni quando sono in città. Uno è in un coffee shop e l’altro in un ristorante messicano, dove cucino e ogni tanto servo anche ai tavoli. La musica non mi dà abbastanza per vivere. Per fare soldi devo andare in tour e stare via per mesi interi non è divertente. In più, le spese per i viaggi sono alte: è difficile far coincidere tutto. Quindi i lavoretti aiutano molto.

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia? Farà mai parte della tua musica?
Non credo. Forse. Mi piace molto suonare la chitarra e non credo che sarebbe la stessa cosa usare un computer come faccio quando suono la chitarra.

Quali sono le tue principali influenze?
Non ho influenze. O meglio, sono sicura di essere influenzata da ciò che ascolto ma non mi sono mai davvero fermata a pensarci. Scrivere musica e ascoltare musica sono due cose completamente diverse per me.

Hai mai pensato di collaborare con altri musicisti? Di avere una band?
Preferisco lavorare da sola. Mi piace jammare con altre persone, ma alla fine quello che mi piace di più è suonare da sola.

Sei stata in Italia due anni fa. Torni?
Mi piacerebbe farlo, a un certo punto. Ma ancora non ci sono piani a riguardo.

Cosa pensi di grandi performers come Damien Jurado? Nessuna influenza o amicizia?
Damien e io siamo buoni amici. Lui è un ragazzo fantastico.
Sono in tour con Lazarus, che è un altro musicista solista. Mi piacciono i musicisti solisti, credo che suonare da soli sia un’esperienza diversa ed è bello avere persone con cui parlarne. È divertente ad esempio sapere che tanti dei solisti con cui ho parlato hanno paura del palco come me. È divertente fare qualcosa che te la fa fare sotto dalla paura! Però mi piace. La gente ha un sacco di modi per affrontare lo stress. Ho anche notato che i solisti hanno un modo diverso di affrontare la negatività rispetto a chi suona in una band. Ad esempio, se un concerto va male non hai nessuno con cui confrontarti e consolarti. Non ci sono diverse prospettive che ti aiutano ad affrontare meglio un fatto negativo. C’è solo un punto di vista, che può essere anche distorto dalla paura del palco.

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