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Tokio Hotel in concerto a Bologna: report live e scaletta

Ultima tappa italiana del tour, i Tokio Hotel hanno suonato ieri, 13 novembre all’Estragon di Bologna per presentarci dal vivo l’ultimo lavoro “Dream Machine“.

Mi pare fosse stato Bob Dylan a dire: “Abbi cura dei tuoi ricordi perché non puoi viverli di nuovo”; bè, io mi ricordo tutto, ricordo ogni particolare, ogni emozione, ogni canzone. Ricordo quanto fosse difficile essere adolescente e avere la capacità di sentire e provare ogni cosa alla massima potenza, una risata era felicità e una lacrima disperazione. Eravamo spinti, trascinati e in balia della corrente, ci sembrava di essere incatenati a una sedia con vista sull’infinito, così vicino da poterlo quasi toccare, ma sempre a un millimetro di troppo di distanza. E ci sentivamo fortissimi, nonostante tutto.

La prima volta che ho ascoltato live i Tokio Hotel fu nel marzo 2010, penso fosse uno dei miei primi concerti in assoluto, poi non li ho più visti… fino a ieri, quasi otto anni dopo, in una serata che mi ha scaraventato indietro nel tempo, ma dire così è quasi un eufemismo. Dopo una giornata in cui ha nevicato ininterrottamente, Bologna di sera era uno spettacolo magico, ma alquanto scomodo. Strade troppo pericolose, pozzanghere ovunque, ghiaccio e niente macchina, per cui abbiamo optato per il bus per raggiungere l’Estragon, in cui avrebbe avuto luogo il concerto. Pessima scelta per innumerevoli ragioni, prima tra tutte il fatto che ci ha lasciati a chilometri di distanza dall’entrata, ma alla fine, tra cancelli chiusi, strade sperdute nella neve, ponti su fiumi ghiacciati e scarpe fradice, siamo riusciti ad arrivare.
La prima cosa che si notava all’interno del locale era sicuramente la bizzarra varietà di persone, sia per età (la media più verso i 30) che per stile e questo devo ammettere che mi ha fatto sorridere. Ricordo quando all’inizio della loro carriera venivano etichettati come boyband emo, ma si cresce e si rivoluzionano anche i gusti musicali. L’ultimo album dei Tokio Hotel, Dream Machine, è proprio questo, la somma di tante piccole rivoluzioni, a partire dal look anni ’80, che rimane comunque unico nella sua eccentricità, fino ad arrivare al sound, che vira verso l’alternative-rock e il synth pop.

 

Crescendo si cambia, certo, ma non si potrà mai diventare persone completamente diverse, ci sono dei piccoli particolari della nostra personalità che ci accompagneranno per sempre, ed è stato sorprendente riuscire ad individuarli in quei quattro ragazzi che, da brava fan, pretendevo di conoscere. Bill è rimasto lo stesso ragazzo dalla fenomenale presenza scenica e con una tendenza alla teatralità che fa invidia ai migliori attori, un ragazzo dalla dolcezza infinita soprattutto nei momenti in cui sentire il pubblico cantare a squarciagola tutte le canzoni, lo fa emozionare. Tom si può dire che abbia trovato la sua strada tra synth e drum machine, senza abbandonare mai del tutto la sua chitarra, ma ritagliandosi i suoi 15 min di gloria durante il concerto, altrimenti monopolizzato dal gemello, durato all’incirca un’ora e mezza.
In scaletta troviamo principalmente canzoni degli ultimi due album, ma non solo, compaiono anche “Darkside of the Sun” e “Automatic” dell’album Humanoid (2009), “Black” dall’EP Ready, Set, Go! (2007) e “Durch den Monsun” il singolo di lancio del loro primo album (2005), riarrangiati in chiave elettronica e più in linea con il nuovo stile.
Indipendentemente dai pregiudizi che ho sempre sentito sbattermi in faccia e indipendentemente dal passare del tempo mi sono resa conto di una cosa, che a questo gruppo, in un modo o nell’altro, sono associati i miei ricordi più intensi e sinceri, belli o brutti che siano, ed è anche grazie a loro ho imparato a dire “I don’t care!”.

di Ilaria Sutti

SCALETTA
Something New
Boy don’t cry
Feel it all
Love who loves you back
Darkside of the Sun
The Heart get no sleep
Better
Cotton Candy Sky
We found us
Run, Run, Run
Black
Easy
Girl Got a Gun
Automatic
As young as we are
What if
Durch den Monsun
Stop, Babe

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