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Un’opera rock per sondare il senso della vita

Nell’ambito del progressive contemporaneo la grande famiglia dei Flower Kings rappresenta sicuramente un punto di riferimento ineludibile. Se Roine Stolt, sia con il gruppo base che con i Transatlantic e i Kaipa, ha sfornato ore e ore di musica (con risultati a dire il vero discontinui), i suoi compagni di viaggio non sono stati certo a guardare. Per il suo quarto lavoro solista Tomas Bodin, tastierista della band, si dedica a cesellare un’ambiziosa rock opera dai temi filosofici e religiosi sul significato della vita stessa e sulla reincarnazione. Un progetto risolto brillantemente con tre maxi suite di circa venti minuti l’una, ognuna delle quali articolata in numerosi movimenti che però mantengono un’omogeneità di fondo. Al prog classico si affiancano momenti rock blues, tocchi di jazz e una pinkfloydiana vena malinconica. Un impianto strumentale curatissimo e di grande raffinatezza (con Bodin ci sono Jonas Reingold e Marcus Liliequist dei Flower Kings), contribuisce alla riuscita del lavoro, ma viene completato dall’interpretazione di Anders Jansson, cui è affidata la maggior parte delle linee vocali, con l’intervento qua è la delle voci femminili di Pernilla Bodin e Helen Schonning. Di Jocke JJ Marsh, della Glenn Hughes Band, il magistrale lavoro alle chitarre. Caso raro per un concepì progressive, le parti strumentali e i solo non sono mai fini a se stessi o puro sfoggio di tecnica, ma sempre calibrati sull’effetto emotivo che vogliono sortire. Un’opera difficile da ascoltare tutto d’un fiato e più volte (necessario il libretto per i testi) per riuscire ad apprezzarne i molti livelli di lettura e gli innumerevoli preziosismi in fase di arrangiamento.

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