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  • Tomas Bodin: Pinup Guru

    Tomas Bodin

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Debutto allucinato

Psichedelico, complicato, allucinato, introverso, difficile, a volte inquietante, sperimentale benché ancorato alle radici del prog classico: questo è il debutto solista di Tomas Bodin, tastierista dei The Flower Kings. Non è disco di facile ascolto, “Pin Up Guru”; non è neanche detto che piaccia a tutti, né a molti. È un’opera fermamente intrisa di attitudine musicale, di voglia di fare e strabordante di idee com’é, certo non poteva che venire fuori come un album ricco di sfaccettature, spunti e elementi diversi. Bisogna mettersi là, vigili e attenti, a seguire ogni minima piega dello spartito, pronti a carpire qualunque sfumatura sonora in grado di completare o cambiare il senso del brano, disposti a sforzarsi di cogliere il senso di parti apparentemente insensate. Insomma: piacerà, probabilmente, a chi avrà voglia di stargli un po’ dietro.
È solo così, infatti, che potranno cogliersi elementi che altrimenti rimarrebbero nascosti, forse neanche intuiti. È un disco intimo, ideale per scatenarsi in una forsennata introspezione, o lasciarsi galleggiare sulle stranianti note della lunga “What’s Going On”, che null’altro è se non un classico brano prog rock, filtrato attraverso l’idea stilistico-musicale del Pin Up Guru. Degna di nota è anche “Me And Liz” (a quanto è dato di sapere narrerebbe il divorzio tra il tastierista e la sua ex-compagna), brano molto particolare, dal glamour romantico, ma giocato su atmosfere elettriche,malinconiche e intime. Molto interessante è “New In The Hood”, pot-pourri di stili musicali diversi e lontani, che vanno dalla musica araba, a quella spagnola, fino ad arrivare ad alcune musiche est-europee raggruppate tutte insieme in un unicum davvero molto personale e originale, di chiara matrice progressive tradizionale.
Riferimenti più tangibili al risultato finale di questo “Pin Up Guru”, possono essere rappresentati dal concept sonoro keyboard-oriented degli Emerson Lake And Palmer (tra l’altro anche Bodin si presenta con una formazione a tre, ed è affiancato da Jonas Rengold e Zoltan Csorsz al basso e batteria), aggiungete alcuni elementi dei Pink Floyd, immergetele in sonorità piuttosto malate e a volte allucinate, e avrete in mente una buona approssimazione di questo disco.

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