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  • Tomas Bodin: Sonic Boulevard

    Tomas Bodin

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Il sequel che convince

Torna il tastierista dei The Flower Kings, ad un anno del suo precedente solista, “Pin Up Guru”.
Ritorna oggi con “Sonic Boulevard”, che sorprende piacevolmente . Dove infatti “Pin Up Guru” mostrava un’attitudine a tratti ermetica e maggiormente prolissa, “Sonic Boulevard” si fa forte di strutture più snelle, insieme a melodie più semplici eppur mai scontate, banali o facili, semplicemente belle, che è un piacere ascoltare. Non è cervellotico (o per meglio dire non lo è così tanto), non si rivolge a menti elette, per forza di cose poche in numero, si rivolge invece a tutti gli amanti della bella musica, ben architettata, ricca d’idee, sfaccettature e spunti a volte magari anche bizzarri, suonata inoltre da grandi musicisti.
Vengono coinvolti per questo disco praticamente i The Flower Kings al gran completo, eccezion fatta per il cantante Hasse Froberg, per ovvie ragioni, più qualche altro amico. Importante l’apporto delle chitarre di JJ Marsch, della band di Glenn Hughes, e Roine Stolt, quest’ultimo presente solo su due tracce – piccola parentesi: “Pin Up Guru” era basato sul trio basso-batteria-tastiere, senza chitarra. Qui invece viene felicemente aggiunto anche l’apporto di quest’ultimo strumento. Pregevoli le linee ritmiche così come gli assoli, spesso “Gilmouriani”, di chitarra (“Morning Will Come”). Degna di nota è anche la prova alla batteria di Zoltan Csorsz (perché non si parla mai di quest’uomo?…).
Notevole la capacità del disco di passare da un’ambientazione sonora all’altra, arricchendo sempre ogni stile sonoro di trovate nuove e a volte stravaganti, che certo rendono il disco più interessante. Senza problemi si passa dal jazz al rock – emblematico è il solo di chitarra su “Back To The African Garden”, un climax dal jazz più puro, al rock più raffinato – ma parlando di jazz e fusion, anche la conclusiva “The Night Will Fall” ha un attitudine che molto deve a quegli stili musicali, con tanto di sax, solo di fretless bass e tutto il resto. C’é dell’altro: un appeal quasi mistico, insieme a tanta maestria nell’arrangiamento, dell’opener “The Prayer”; atmosfere quasi da soundtrack per “The Horses From Zaad”, mentre un mood malinconico e quasi poetico domina una sonata pianistica, intitolata “Picture”, accompagnata da archi timidi, in sottofondo, quasi per non disturbare.
In definitiva, 64 minuti di ottima musica in ogni sua accezione, che credo sarebbe un peccato lasciar passare inosservata.

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